Gli investigatori avevano lavorato a lungo, lo scorso aprile, per ricostruire la vicenda che inizialmente era stata catalogata come rapina e che poi si era rivelata essere una vendetta dai complicati retroscena. Ieri è giunto a conclusione il primo grado del processo che ha come imputati Alfonso Gruosso, 63 anni e Giuseppe Mariano. Esemplari le condanne per i due, che dovranno scontare, rispettivamente, quattro anni e otto mesi e tre anni e sei mesi. La differenza di pena è stata stabilita in base alla ricostruzione che pone Gruosso nel ruolo del picchiatore che aveva colpito a sangue il titolare della Nova Ricambi, mentre Mariano faceva da palo durante la brutale aggressione. I responsabili dell'azione violenta, durante la quale il giovane esercente fu ridotto in pessime condizioni a colpi di bastone, nella primavera del 2011 avevano tentato di far passare quanto accaduto per una rapina. Gli investigatori si erano però insospettiti, poiché il magro bottino, di neanche seimila euro, e la relativa facilità che si poteva avere a procurarselo in una zona periferica a tarda sera, a loro parere non giustificava l'uso di una violenza così eccessiva. A quel punto, addentrandosi nel passato lavorativo della vittima del pestaggio, la Polizia era giunta al nome di Giuseppe Mariano, il quale era ex socio dell'azienda di ricambi, ma che per dissapori con il titolare sulla gestione della stessa era stato "cacciato" e mai più fatto rientrare. Era stato dunque individuato lui come mandante di un'altra persona, cui si arrivò in un momento successivo. Qualche tempo dopo, infatti, scattò l'arresto per Alfonso Gruosso, 63 anni, ritenuto vicino agli ambienti della malavita organizzata campana. Fu lui, secondo quanto accertato dalla Mobile, a colpire a bastonate il titolare dell'azienda. Questo, non solo per accontentare le richieste di vendetta di Mariano, ma perché egli stesso portatore di interessi economici che l'imprenditore non aveva mai voluto soddisfare. Gruosso aveva chiesto più volte in fitto il piano superiore del capannone aziendale utilizzato dalla società di ricambi, operazione per la quale il titolare gli aveva chiesto una garanzia fideiussoria. La negazione di questa da parte del 63enne aveva determinato il rifiuto, da parte della vittima, di concludere il contratto di fitto. Una serie di conti in sospeso, dunque, che avevano portato all'esplosione delle ire dei due responsabili, condannati ieri in primo grado.
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25/01/2012