Claudio De Luca Il sistema idrico italiano (e molisano) fa acqua per i quantitativi sprecati (3-4mila miliardi di mc, il 50% in alcune zone del Paese, un danno di 6 miliardi di euro) e per la gestione complessiva (rete-depuratori-potabilizzazione). Una prima conseguenza negativa è l'importo della bolletta, salata ed onerà ta da balzelli palesi ed occulti. Se questo dipendesse da una mancata privatizzazione, perché i detentori del sistema delle forniture non vogliono attuare la separazione tra chi dispone delle infrastrutture e pianifica gli investimenti e chi detiene attualmente la gestione dell'intero sistema? Sulla cosiddetta «privatizzazione» v'è chi in Molise conduce una battaglia politica. L'intera filiera varrebbe 10 miliardi l'anno (tra rete idrica da potenziare, conservare e riparare e gestione vera e propria, intendendo per quest'ultima la conduzione, la fatturazione, il call center, gli allacci e l'assistenza); e tutto questo si trova nelle mani di pochi soggetti. Althesys ha certificato che, ove si investissero 20 miliardi (4 per i materiali e 16 per l'installazione di acquedotti, di fognature e di impianti di depurazione), sarebbe possibile risparmiarne 130 nel giro di 25 anni. Secondo questo studio, occorrerebbero 51mila km di nuove reti (30mila di acquedotti e 21mila di fognature) e 170mila di riparazioni e di rifacimenti, di cui 125mila per gli acquedotti. Quindi, con un costo calcolato in 127mila euro a km, il sistema potrebbe riallinearsi ai parametri Ue e, in un quarto di secolo, l'utenza beneficerebbe di 130 miliardi, senza considerare il venir meno dei costi di manutenzione e degli impatti ambientali. Ma allora perché i gestori non investono, benché la situazione stia sull'orlo del collasso? Il problema è politico e trae origine da una opposizione alla legge Galli, disattendendone i precetti. La citata normativa prevede: la gestione (diretta ed in economia) del servizio idrico da parte dei Comuni, attraverso le municipalizzate pubbliche, ed a fronte di oltre 8mila soggetti gestori; la costituzione di Ambiti territoriali ottimali (Ato) per macroaree territoriali, sufficientemente grandi da poter operare interventi di manutenzione e di ristrutturazione in economia di scala su un numero di abitanti consistente (3 milioni) e senza incidere negativamente sulla fatturazione della prestazione; l'obbligo di affidare la gestione del servizio ad un unico soggetto per ogni Ato, attraverso una regolare procedura di gara. Invece, la soluzione all'italiana, utilizzata da tante amministrazioni periferiche e dalla maggioranza di Governo 1995-2001, ne ha disinnescato i possibili benefici. Cosicché gli Ato sono stati spalmati sui territori di ciascuna provincia, e non su basi regionali; hanno superato il centinaio, sino ad avere ciascuno un numero di clienti (350mila), insufficienti a programmare gli investimenti. Il sistema ha portato ai risultati registrati dalla KPMG, secondo cui - su di un campione del 25% della rete idrica - le criticità rassegnano: una sperequazione tra costi operativi (che arriva fino all'88%); un prelievo in bolletta per investimenti pianificati - ma non realizzati - inferiore all'82% del fabbisogno reale; una perdita di rete del 60% (acquedotto pugliese e condotte molisane) contro una media nazionale del 30%. Un affronto alla buona gestione, se riferita alla media Ue che oscilla tra il 15 ed il 20%. Le conseguenza di questa gestione fallimentare si riverberano sulla fatturazione del servizio. Cosicché, a parità di tariffe e di costi di gestione, l'Ato di Bacchiglione (140 comuni padovani, veneziani e vicentini) investe molto più dell'Ato unico della Sardegna; e l'Acquedotto pugliese impone una tariffa superiore del 52% a quella dell'Ato Roma 2, a parità di utenti e con una percentuale d'investimento molto più bassa. Secondo KPMG, per rimettere le cose a posto servirebbero 55 miliardi. Senza di questa importante somma, privatizzazione o non, le bollette non diminuiranno e la rete finirebbe in pezzi ancor più di quanto non sia. A cucire una toppa alle irregolarità , è stata la compagine governativa del dopo-2001 che ha inibìta la possibilità dell'affidamento diretto, previa revisione dell'articolo 113 del Testo unico degli enti locali.
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03/09/2010