Il Premio è dedicato al giornalista
molisano che più di tutti ha saputo portare in alto il nome
della Regione. All'appuntamento saranno presenti il
Direttore de «L'Unità» Antonio Padellaro, quello de «La
Stampa» Marcello Sorgi ed il Presidente dell'Fnsi Roberto
Padellaro, a testimonianza del fatto che l'iniziativa nata
in Molise sta acquisendo un prestigio notevole. Diversi
sono infatti gli appuntamenti «di qualità» previsti
nell'ambito del Premio per la crescita del sistema
dell'informazione. Ne è esempio l'incontro di ieri,
organizzato sempre dall'Assostampa, con Lirio Abbate. Un
ostinato giornalista siciliano, questo l'identikit in tre
parole di Abbate. Un cronista dell'Ansa perseguitato dalla
Mafia che si batte contro il sistema «a rete» che ha
consentito al boss Bernardo Provenzano di vivere
indisturbato per anni la propria latitanza. La chiave della
battaglia di Abbate è proprio in quell'«essere siciliano»
che si trasforma nella voglia di salvare la propria terra
e, con essa, l'Italia continuamente ferita dalla
criminalità. La soluzione che Lirio pensa di avere è legata
al suo mestiere di giornalista che gli dà la possibilità
(che lui non ha voluto farsi sfuggire) di pronunciare «le
parole che uccidono i clan» (questo il titolo del convegno)
raccolte nel libro «I complici», scritto a quattro mani con
un altro abile comunicatore, Peter Gomez. Una pubblicazione
che oggi gli costa l'angoscia di una vita sotto scorta,
dopo numerosi episodi di intimidazione ed un attentato dei
quali è stato vittima. E a scrutare le pagine del libro si
capisce perché queste devono aver «scosso i nervi» a più di
una persona. La precisione nel documentare le complicità
che per oltre 40 anni hanno custodito la latitanza di
Bernardo Provenzano nasce dall'esperienza personale: Lirio
è stato il primo a dare la notizia della cattura del boss,
che ha definito «il momento più esaltante della sua vita
professionale», ma che gli ha portato come frutto il
tentativo, sventato dalla magistratura, di impedirgli di
ricostruire la rete di rapporti in cui «i referenti
politici non mancano ed appartengono a tutti i partiti
dell'arco costituzionale». Abbate, insomma, di «parole
contro i clan» ne ha pronunciate tante, corredandole di
nomi e aneddoti. Ma attorno a sé ha udito altrettante
insinuazioni destinate ad uccidere lui, moralmente. Perché
se la mafia non gli ha risparmiato minacce, alcuni suoi
colleghi non gli hanno lesinato sofferenze. «In tanti hanno
dichiarato, dopo che il mio libro era stato citato da Marco
Travaglio, che il mio era l'ennesimo tentativo di colpire
alcuni politici a vantaggio di altri. Mentre ho cercato
solo di descrivere dei compromessi che molti in Sicilia
conoscono». L'amarezza più grande di Abbate è determinata
dall'«assenza della società civile nella lotta alla mafia,
dal clima di indifferenza nel quale cresce il numero dei
negozi bruciati dagli estorsori ed il numero di
professionisti collusi che accedono al Parlamento». Dalla
constatazione, insomma, che il suo stesso libro «racconta
la fine di un uomo, ma non la fine di un sistema, che
invece è operativo e che oggi rinuncia alle stragi per fare
meno rumore e passare inosservato a livello mediatico».
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23/05/2008