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Daniela Lombardi

CAMPOBASSO Serata importante per ...

Daniela Lombardi



CAMPOBASSO Serata importante per il giornalismo molisano. Nomi di spicco del panorama dell'informazione nazionale premieranno oggi i cronisti che si sono distinti con pezzi o immagini particolarmente significative, nell'ambito del II Premio «Gaetano Scardocchia».

Il Premio è dedicato al giornalista molisano che più di tutti ha saputo portare in alto il nome della Regione. All'appuntamento saranno presenti il Direttore de «L'Unità» Antonio Padellaro, quello de «La Stampa» Marcello Sorgi ed il Presidente dell'Fnsi Roberto Padellaro, a testimonianza del fatto che l'iniziativa nata in Molise sta acquisendo un prestigio notevole. Diversi sono infatti gli appuntamenti «di qualità» previsti nell'ambito del Premio per la crescita del sistema dell'informazione. Ne è esempio l'incontro di ieri, organizzato sempre dall'Assostampa, con Lirio Abbate. Un ostinato giornalista siciliano, questo l'identikit in tre parole di Abbate. Un cronista dell'Ansa perseguitato dalla Mafia che si batte contro il sistema «a rete» che ha consentito al boss Bernardo Provenzano di vivere indisturbato per anni la propria latitanza. La chiave della battaglia di Abbate è proprio in quell'«essere siciliano» che si trasforma nella voglia di salvare la propria terra e, con essa, l'Italia continuamente ferita dalla criminalità. La soluzione che Lirio pensa di avere è legata al suo mestiere di giornalista che gli dà la possibilità (che lui non ha voluto farsi sfuggire) di pronunciare «le parole che uccidono i clan» (questo il titolo del convegno) raccolte nel libro «I complici», scritto a quattro mani con un altro abile comunicatore, Peter Gomez. Una pubblicazione che oggi gli costa l'angoscia di una vita sotto scorta, dopo numerosi episodi di intimidazione ed un attentato dei quali è stato vittima. E a scrutare le pagine del libro si capisce perché queste devono aver «scosso i nervi» a più di una persona. La precisione nel documentare le complicità che per oltre 40 anni hanno custodito la latitanza di Bernardo Provenzano nasce dall'esperienza personale: Lirio è stato il primo a dare la notizia della cattura del boss, che ha definito «il momento più esaltante della sua vita professionale», ma che gli ha portato come frutto il tentativo, sventato dalla magistratura, di impedirgli di ricostruire la rete di rapporti in cui «i referenti politici non mancano ed appartengono a tutti i partiti dell'arco costituzionale». Abbate, insomma, di «parole contro i clan» ne ha pronunciate tante, corredandole di nomi e aneddoti. Ma attorno a sé ha udito altrettante insinuazioni destinate ad uccidere lui, moralmente. Perché se la mafia non gli ha risparmiato minacce, alcuni suoi colleghi non gli hanno lesinato sofferenze. «In tanti hanno dichiarato, dopo che il mio libro era stato citato da Marco Travaglio, che il mio era l'ennesimo tentativo di colpire alcuni politici a vantaggio di altri. Mentre ho cercato solo di descrivere dei compromessi che molti in Sicilia conoscono». L'amarezza più grande di Abbate è determinata dall'«assenza della società civile nella lotta alla mafia, dal clima di indifferenza nel quale cresce il numero dei negozi bruciati dagli estorsori ed il numero di professionisti collusi che accedono al Parlamento». Dalla constatazione, insomma, che il suo stesso libro «racconta la fine di un uomo, ma non la fine di un sistema, che invece è operativo e che oggi rinuncia alle stragi per fare meno rumore e passare inosservato a livello mediatico».

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23/05/2008










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