L'accostamento del Papa
all'Imperatore, Carlo V (1500-1558; imperatore del Sacro
Romano Impero dal 1519 al 1556), accompagnandosi con il
fallimento della Lega Italiana contro lo stesso Carlo V,
seguito dalla Pace di Cambrai (1529), portò al Congresso di
Bologna (novembre 1529-febbraio 1530), evento che segna una
data tristissima nella storia italiana, in quanto sanzionò
l'asservimento dell'Italia alla volontà e alle direttive
dell'Imperatore. A Bologna, infatti, Carlo V, che vi giunse
nel novembre 1529, preceduto dal Papa e attorniato dai
Principi e dai rappresentanti degli altri Stati italiani,
esclusa Firenze, su cui già incombeva la minaccia
dell'esercito imperiale, si assise come giudice e arbitro
della situazione politica italiana, e impose a tutti
l'accettazione delle sue decisioni. Anche Venezia dovette
piegarsi, impegnandosi a restituire al Papa le terre che
ancora teneva in Romagna. All'accettazione delle decisioni
imperiali, seguì, il 23 dicembre, la conclusione di una
lega perpetua tra l'Imperatore, il Papa e i vari Stati
della Penisola. Suggello delle riunioni bolognesi fu la
doppia incoronazione di Carlo V per mano di Clemente VII:
quella a Re d'Italia il 22 febbraio; quella a Imperatore il
24 febbraio 1530. Fu l'apogeo della potenza di Carlo V, che
nelle incoronazioni fastose volle rinnovata la pompa delle
incoronazioni medievali degli Imperatori del Sacro Romano
Impero. Una grande cavalcata, nella quale, attorno al Papa
e all'Imperatore che procedevano sotto lo stesso
baldacchino, parteciparono i più insigni e rappresentativi
personaggi dell'epoca, chiuse le feste celebrative delle
due incoronazioni. Ma ciò coincise con l'asservimento della
Penisola allo straniero. Al prostrarsi di tante forze
italiane di fronte alla volontà di Carlo V, fece splendido
contrasto la decisione della Repubblica di Firenze di
resistere, a ogni costo e fino all'estremo, alle armi
imperiali, che, stante i patti e gli accordi stilati tra
Carlo V e Clemente VII al momento del Trattato di
Barcellona del giugno 1529, fin dall'autunno dello stesso
anno avanzarono in Toscana per restaurarvi il dominio dei
Medici. In base ai criteri della pura logica e della
comparazione materiale delle forze, la decisione di
resistenza e di lotta presa dalla Repubblica poteva
apparire pazzesca. Ma i computi, in base alla logica e alla
comparazione materiale delle forze, è bene che, talvolta,
lascino il campo alle decisioni disperate e, a prima vista,
appunto pazzesche: ciò quando un popolo deve dimostrare la
forza della sua fibra morale e l'altezza della sua
coscienza, che costituiscono gli elementi fondamentali e
necessari per preparare il risollevamento dalle epoche di
sventure (sarà, ad esempio secoli dopo, anche il caso della
spedizione dei Mille di Garibaldi). Tale fu il compito
della difesa di Firenze nel 1530, che dimostrò che la
tempra degli Italiani dei gloriosi tempi comunali non era
del tutto spenta o infrollita. La difesa ebbe il contributo
di un genio, Michelangelo Buonarroti (1475-1564), che
presiedette all'allestimento delle opere di fortificazione,
e di un eroe, Francesco Ferrucci (1489-1530), che, uscito
da quelle classi mercantili che avevano costituito il nerbo
del popolo comunale, si rivelò capitano eminente e
intrepido soldato. Le operazioni imperiali, guidate dal
generale Filiberto d'Orange (1502-1530), divennero
minacciose dal febbraio 1530, mentre, per sua sventura,
Firenze aveva alla testa della difesa un condottiero
perugino, Malatesta II Baglioni (1491-1531), il quale, sia
per ingraziarsi il Papa e ottenere così la restituzione del
dominio di Perugina, sia per sfiducia nell'esito della
lotta, esercitava fiaccamente il comando cercando di
rendere inevitabile la resa e si teneva in segreto contatto
con l'avversario. L'indolente e subdola condotta del
Baglioni frustrò l'impeto eroico con cui varie volte gli
assediati, specialmente nel maggio e nel giugno, fecero
irruzioni fuori dalla città nel campo degli assedianti,
portandovi lo scompiglio. Intanto Ferrucci, messo al
comando delle forze del contado, agiva energicamente e
vittoriosamente contro le località ribelli verso il
territorio della Repubblica, fra le quali Volterra, e
minacciava alle spalle le truppe imperiali che assediavano
Firenze. Avuto l'ordine di portarsi all'attacco del campo
imperiale per sbloccare la città o almeno rifornirla di
viveri, Francesco Ferrucci, alla fine di luglio, mosse da
Pisa verso le colline pistoiesi attraverso la valle del
Serchio. Ma qui, a Gavinana, il 3 agosto 1530, si scontrò
con il grosso delle forze imperiali, che erano accorse
contro di lui, sembra perché il Baglioni avesse messo
l'Orange al corrente del piano e lo avesse assicurato della
propria inazione. Nello scontro di Gavinana, malgrado i
prodigi di valore, le forze comandate da Ferrucci furono
sopraffatte dopo sette assalti. Lo stesso condottiero,
coperto di ferite, venne finito a colpi di pugnale dal
capitano di ventura calabrese Fabrizio Maramaldo (XVI
secolo), cui lanciò la sprezzante invettiva :"Tu uccidi un
uomo morto". Anche il comandante nemico, il generale
d'Orange, perse la vita combattendo proprio contro
Francesco Ferrucci. Per quanto la disfatta di Gavinana e la
morte di Ferrucci troncassero tutte le speranze di
vittoria, la cittadinanza voleva continuare la lotta. Ma il
tradimento finale del Baglioni, che cedette un bastione al
nemico e puntò i suoi cannoni sulla città, rese inevitabile
il crollo della resistenza (12 agosto 1530). La caduta
della Repubblica fu seguita al ritorno dei Medici nella
persona di Alessandro (1510-1537), che aveva sposato una
figlia naturale di Carlo V e venne poco dopo creato Duca
dallo zio Clemente VII. L'eroismo e lo spirito di
sacrificio dei Fiorentini sembravano in tal modo essere
stati vani. Ma così non fu. Le vicende dell'assedio e della
difesa di Firenze e la figura e le gesta di Ferrucci
rimasero indelebili nella storia, a testimoniare che, anche
nei periodi della cosiddetta decadenza, il popolo italiano
seppe combattere e morire, e servirono di incitamento e di
esempio alle gesta di riscossa nei giorni del Risorgimento,
quando scrittori come Francesco Domenico Guerrazzi
(1804-1873) e Massimo d'Azeglio (1798-1866) trassero da
tali vicende ispirazione e materia per opere che
infiammarono la gioventù italiana.
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19/05/2008