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Il mito di Francesco Ferrucci Orgoglio, eroismo e coraggio

Mario Leocata
Clemente VII (1478-1534; pontefice dal 1523), cugino di Leone X (1475-1521; pontefice dal 1513; figlio di Lorenzo il Magnifico) era succeduto a papa Adriano VI (1459-1523; pontefice dal 1522); ma invece di continuare le direttive di questi, che, in quasi due anni di pontificato, si era concentrato sui problemi religiosi e sui tentativi di risanamento della Chiesa, era tornato alle tendenze di Leone X, dirette a volgere l'attività papale soprattutto al campo politico, profittando della situazione creata dal conflitto franco-asburgico, anche per assicurare nuovi vantaggi e prestigi alla famiglia dei Medici (cui lui stesso apparteneva).

L'accostamento del Papa all'Imperatore, Carlo V (1500-1558; imperatore del Sacro Romano Impero dal 1519 al 1556), accompagnandosi con il fallimento della Lega Italiana contro lo stesso Carlo V, seguito dalla Pace di Cambrai (1529), portò al Congresso di Bologna (novembre 1529-febbraio 1530), evento che segna una data tristissima nella storia italiana, in quanto sanzionò l'asservimento dell'Italia alla volontà e alle direttive dell'Imperatore. A Bologna, infatti, Carlo V, che vi giunse nel novembre 1529, preceduto dal Papa e attorniato dai Principi e dai rappresentanti degli altri Stati italiani, esclusa Firenze, su cui già incombeva la minaccia dell'esercito imperiale, si assise come giudice e arbitro della situazione politica italiana, e impose a tutti l'accettazione delle sue decisioni. Anche Venezia dovette piegarsi, impegnandosi a restituire al Papa le terre che ancora teneva in Romagna. All'accettazione delle decisioni imperiali, seguì, il 23 dicembre, la conclusione di una lega perpetua tra l'Imperatore, il Papa e i vari Stati della Penisola. Suggello delle riunioni bolognesi fu la doppia incoronazione di Carlo V per mano di Clemente VII: quella a Re d'Italia il 22 febbraio; quella a Imperatore il 24 febbraio 1530. Fu l'apogeo della potenza di Carlo V, che nelle incoronazioni fastose volle rinnovata la pompa delle incoronazioni medievali degli Imperatori del Sacro Romano Impero. Una grande cavalcata, nella quale, attorno al Papa e all'Imperatore che procedevano sotto lo stesso baldacchino, parteciparono i più insigni e rappresentativi personaggi dell'epoca, chiuse le feste celebrative delle due incoronazioni. Ma ciò coincise con l'asservimento della Penisola allo straniero. Al prostrarsi di tante forze italiane di fronte alla volontà di Carlo V, fece splendido contrasto la decisione della Repubblica di Firenze di resistere, a ogni costo e fino all'estremo, alle armi imperiali, che, stante i patti e gli accordi stilati tra Carlo V e Clemente VII al momento del Trattato di Barcellona del giugno 1529, fin dall'autunno dello stesso anno avanzarono in Toscana per restaurarvi il dominio dei Medici. In base ai criteri della pura logica e della comparazione materiale delle forze, la decisione di resistenza e di lotta presa dalla Repubblica poteva apparire pazzesca. Ma i computi, in base alla logica e alla comparazione materiale delle forze, è bene che, talvolta, lascino il campo alle decisioni disperate e, a prima vista, appunto pazzesche: ciò quando un popolo deve dimostrare la forza della sua fibra morale e l'altezza della sua coscienza, che costituiscono gli elementi fondamentali e necessari per preparare il risollevamento dalle epoche di sventure (sarà, ad esempio secoli dopo, anche il caso della spedizione dei Mille di Garibaldi). Tale fu il compito della difesa di Firenze nel 1530, che dimostrò che la tempra degli Italiani dei gloriosi tempi comunali non era del tutto spenta o infrollita. La difesa ebbe il contributo di un genio, Michelangelo Buonarroti (1475-1564), che presiedette all'allestimento delle opere di fortificazione, e di un eroe, Francesco Ferrucci (1489-1530), che, uscito da quelle classi mercantili che avevano costituito il nerbo del popolo comunale, si rivelò capitano eminente e intrepido soldato. Le operazioni imperiali, guidate dal generale Filiberto d'Orange (1502-1530), divennero minacciose dal febbraio 1530, mentre, per sua sventura, Firenze aveva alla testa della difesa un condottiero perugino, Malatesta II Baglioni (1491-1531), il quale, sia per ingraziarsi il Papa e ottenere così la restituzione del dominio di Perugina, sia per sfiducia nell'esito della lotta, esercitava fiaccamente il comando cercando di rendere inevitabile la resa e si teneva in segreto contatto con l'avversario. L'indolente e subdola condotta del Baglioni frustrò l'impeto eroico con cui varie volte gli assediati, specialmente nel maggio e nel giugno, fecero irruzioni fuori dalla città nel campo degli assedianti, portandovi lo scompiglio. Intanto Ferrucci, messo al comando delle forze del contado, agiva energicamente e vittoriosamente contro le località ribelli verso il territorio della Repubblica, fra le quali Volterra, e minacciava alle spalle le truppe imperiali che assediavano Firenze. Avuto l'ordine di portarsi all'attacco del campo imperiale per sbloccare la città o almeno rifornirla di viveri, Francesco Ferrucci, alla fine di luglio, mosse da Pisa verso le colline pistoiesi attraverso la valle del Serchio. Ma qui, a Gavinana, il 3 agosto 1530, si scontrò con il grosso delle forze imperiali, che erano accorse contro di lui, sembra perché il Baglioni avesse messo l'Orange al corrente del piano e lo avesse assicurato della propria inazione. Nello scontro di Gavinana, malgrado i prodigi di valore, le forze comandate da Ferrucci furono sopraffatte dopo sette assalti. Lo stesso condottiero, coperto di ferite, venne finito a colpi di pugnale dal capitano di ventura calabrese Fabrizio Maramaldo (XVI secolo), cui lanciò la sprezzante invettiva :"Tu uccidi un uomo morto". Anche il comandante nemico, il generale d'Orange, perse la vita combattendo proprio contro Francesco Ferrucci. Per quanto la disfatta di Gavinana e la morte di Ferrucci troncassero tutte le speranze di vittoria, la cittadinanza voleva continuare la lotta. Ma il tradimento finale del Baglioni, che cedette un bastione al nemico e puntò i suoi cannoni sulla città, rese inevitabile il crollo della resistenza (12 agosto 1530). La caduta della Repubblica fu seguita al ritorno dei Medici nella persona di Alessandro (1510-1537), che aveva sposato una figlia naturale di Carlo V e venne poco dopo creato Duca dallo zio Clemente VII. L'eroismo e lo spirito di sacrificio dei Fiorentini sembravano in tal modo essere stati vani. Ma così non fu. Le vicende dell'assedio e della difesa di Firenze e la figura e le gesta di Ferrucci rimasero indelebili nella storia, a testimoniare che, anche nei periodi della cosiddetta decadenza, il popolo italiano seppe combattere e morire, e servirono di incitamento e di esempio alle gesta di riscossa nei giorni del Risorgimento, quando scrittori come Francesco Domenico Guerrazzi (1804-1873) e Massimo d'Azeglio (1798-1866) trassero da tali vicende ispirazione e materia per opere che infiammarono la gioventù italiana.

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19/05/2008










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