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Mario Leocata L'Umanesimo è un secolo di preparazione: ...

Mario Leocata
L'Umanesimo è un secolo di preparazione: l'attenzione è rivolta al passato, che viene cercato e attinto nelle fonti dirette, nello studio appassionato dei capolavori dell'antichità classica. Il suo carattere, più che di creazione, è di imitazione, il suo interesse più che altro è estetico-filologico.

Nella rinascita della cultura antica il primo posto è tenuto da Platone (427-347 a.C.), senza che per ciò venisse accantonato o dimenticato Aristotele (384-322 a.C.). Rinascita, ben inteso, che va interpretata non nel senso che il pensiero classico fosse estraneo alla cultura medievale, ma in quello che l'antichità, finalmente, veniva conosciuta più ampiamente, direttamente, e rivisitata con uno spirito nuovo. Lo studio diretto delle opere dei due grandi filosofi, e le controversie tra platonici e aristotelici, si può dire che costituiscano il nucleo forte della filosofia del XV secolo. Platone soprattutto domina nella seconda metà del Quattrocento. Già Francesco Petrarca (1304-1374) aveva raccolto i manoscritti di alcuni Dialoghi platonici, tradotti in parte, nel 1404, da Leonardo Bruni (1374-1444). L'intero Platone in lingua originale venne portato in Italia da Costantinopoli, nel 1423, dal camaldolese Ambrogio Traversari (1386-1439). Ma l'impulso maggiore allo studio del greco e del platonismo (che, si badi bene, non è più il neoplatonismo agostiniano del Medio Evo) si ebbe con la venuta in Italia dei dotti bizantini in occasione del Concilio di Firenze (1438-39) per l'unione della Chiesa greca e della latina dopo la caduta di Costantinopoli (1453) in mano dei Turchi. La figura più rappresentativa dei dotti bizantini è quella di Giorgio Gemisto Pletone (1355-1450), che insegnò a Firenze e costituì, alla corte di Cosimo de' Medici (1389-1464), il primo nucleo dell'Accademia Fiorentina, che diventò il centro del Neo-platonismo specialmente a opera di Marsilio Ficino (1433-1499), traduttore in latino delle opere di Platone e di Plotino (204-270 d.C.) (oltre che di Ermete Trimegisto, II-III sec. d.C., di Proclo, 412-485 d.C., e di Giamblico, 250-330 d.C.,) e il più celebre degli Accademici. Nella sua opera maggiore, "Theologia platonica" (1482), ricca di elementi disparati che non riescono ad armonizzarsi in sistema, il Ficino cerca di conciliare cattolicesimo e platonismo (come anche Platone e Aristotele), sapienza pagana e sapienza cristiana e, soprattutto, si sforza di stabilire un nesso intimo tra l'umano e il divino. Per il Ficino, infatti, la storia dell'umanità è continua storia della rivelazione divina (pertanto, per lui, il cristianesimo è eterno, poiché esisteva ancora prima di Cristo) e la natura è anch'essa manifestazione di Dio. Nell'uomo la presenza di Dio è più appariscente: l'anima umana, volta sia al sensibile che all'intelligibile, è il microcosmo, il compendio dell'universo (copula mundi). Essa è artefice del proprio destino, autrice del proprio mondo, espressione dei valori umani. Dell'Accademia Fiorentina fece parte pure Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494), celebre per la sua prodigiosa memoria, il quale ripone nella mente umana l'intera realtà delle sostanze. L'uomo può degradarsi, ma può anche rigenerarsi fino a raggiungere l'altezza delle cose divine (De hominis digitate). Il neoplatonismo di Pico si veste di un carattere magico e ha contatti con la tradizione ermetica e con la Cabala: l'uomo possiede la chiave per penetrare i segreti della natura e impadronirsi delle potenze occulte che si celano nel fondo delle cose. Nell'Umanesimo e nel Rinascimento non si può ancora parlare di vera "scienza" della natura. L'esigenza di scoprire i principi naturali (cioè quelli conoscibili attraverso l'esperienza e la ragione), in modo da avere un'idea unitaria della natura e da stabilire la continuità ininterrotta della sequenza di tutti i fenomeni, è presente nell'astrologia e nella magia, tanto coltivate nell'epoca rinascimentale. Secondo l'astrologia, il mondo terrestre è sotto l'influenza di quello celeste: ogni fenomeno ha la sua causa prossima o remota nell'azione degli astri. L'astrologia, in tal modo, avvicina il cielo e la terra, spiegando i fenomeni naturali con cause anch'esse naturali. Se però l'astrologia soddisfaceva alla triplice esigenza di attenuare il dualismo tra il celeste e il terrestre, di spiegare i fenomeni naturali senza bisogno di ricorrere a cause soprannaturali, e di stabilire un rapporto causale tra i fenomeni fisici, dall'altra era in antitesi con l'esigenza vera e fondamentale dell'Umanesimo e del Rinascimento, quella del potere dell'uomo, che dall'astrologia è assoggettato alla necessità delle cause celesti. Ciò spiega perché Pico della Mirandola scrisse l'opera "Contro l'Astrologia", nella quale obietta con precisione, tra l'altro, agli astrologi, di porre l'uomo, essere spirituale, alla dipendenza di corpi materiali. Invece, secondo Pico, la volontà umana non è spinta dal corpo, poiché questo è solo un suo strumento: il determinismo fisico e celeste influisce sulla vita spirituale, ma non per questo preclude la libera attuazione della volontà. A quest'ultima esigenza, invece, viene incontro la "magia". L'uomo può svelare le cause occulte e dominarle: egli ha una forza tale da potere trasformare la natura. Il "mago" penetra e interpreta il segreto delle cose, scopre i legami razionali che uniscono la realtà cosmica e in tal modo s'impossessa dei mezzi per dominare le cose e per agire su di esse. Da qui l'alchimia, che cerca la "pietra filosofale", perché essa trasforma tutto in oro; e la medicina, che cerca la panacea di tutti i mali dell'universo. Va sottolineato, comunque, che sia l'astrologia sia la magia, entrambe un misto di fantasticherie e di esperienze di vero valore scientifico, quantunque fossero le anticipazioni della scienza moderna, rappresentarono un aspetto secondario del Rinascimento e il loro "naturalismo" è, in buona parte, antiumanistico.

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12/05/2008










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