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Molise

La chiesa più bella
Sant'Antonio Abate nel testo di Valeria Viola

di GIOVANNI PETTA OTTANTACINQUE anni, quattro by-pass e una infinità di immagini riportate sulla tela o sulla carta.

O su qualsiasi altro materiale abbia avuto in sorta di finire tra le sue mani. Questa la vita di Umberto Tàccola, livornese nato nel 1922 («Nacqui in aprile, però, e non riuscii a fermare la marcia su Roma»), artista con un cambiamento di poetica pittorica in atto. In questo periodo la sua pittura sta subendo cambiamenti importanti. Perché? Devo cambiare per forza. È un'esigenza. Altrimenti non ha senso invecchiare. Quando ero bambino, mi rimproveravano perché ero curioso. Oggi, finalmente, abbiamo capito che la curiosità è la molla del progresso e della conoscenza. Ecco, cambio perché sono curioso. E in quale direzione sta andando? Mi convinco ogni giorno di più - ma è una convinzione tutta personale che non ha presunzione di universalità - dell'inutilità del dipingere una barchetta all'orizzonte, con il tramonto da cartolina. Ora la mia pittura è una sorta di illustrazione di idee. E se l'idea è civile, la pittura diventa politica... Può darsi ma non m'interessa. Io voglio solo sottolineare alcune cose che sanno di involuzione. Per esempio, la mancanza di umanità, l'ineducazione, il bellicismo dilagante persino in campo sportivo. Lo faccio seguendo due direzioni. Una è quella della «pittura reportage». Dipingo volti che raccontano storie. E qui mi viene in aiuto la grande mole di appunti che ho riportato dai miei viaggi. Nel 1987, per esempio, nel trentesimo anniversario della firma del Trattato di Roma, visitai in treno le capitali di tutte le nazioni dell'Unione Europea. Fu un viaggio ricco di incontri e di umanità che sto ripercorrendo oggi con la memoria, riportando sulla tela i volti di quei personaggi che all'epoca avevo soltanto schizzato sul taccuino. La seconda direzione è quella neo-surrealista: dipingo cose che non esistono e che invece, proprio perché le dipingo, esistono, prendono forma. In Molise da venticinque anni, ha amato, disegnato o dipinto ogni angolo del territorio regionale. Perché decise di fermarsi ad Isernia? Arrivai qui con mia moglie perché invitato da amici. Ero stufo del cemento e della falsa ricchezza. Mi piacque subito questa terra. A me piace tutto ciò che è agreste. Qui ho riscoperto il silenzio notturno e, poi, ho capito la bellezza di questi luoghi quando nel 1982, nell'anno in cui compivo sessant'anni e diventavo nonno, feci il giro a piedi di tutti i paesi della provincia di Isernia, raccogliendo immagini e sensazioni di bellezza sconvolgente. Cosa farà nei prossimi dieci anni? Il futuro per me è domani. La mia mano si muove e reagisce ai miei comandi come quando avevo vent'anni. Anche gli occhi continuano a non abbandonarmi e mi convinco sempre di più che la gioventù è nel cervello. Nel mio futuro c'è la pittura delle cose che non mi piacciono di questa società. Voglio denunciare l'errore e l'orrore della guerra e del bellicismo che è anche negli atti quotidiani di ognuno di noi. Un desiderio? Vorrei tornare ad essere giovane. Per rifare le cose che ho fatto e commettere gli stessi errori che ho commesso.









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