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Lettere al Direttore

a proposito di "macchine del fango"

Con invito alla pubblicazione ai sensi della normativa vigente sulla stampa concernente il diritto di replica Roma, 23 luglio 2017.

Egregio Direttore, mi riferisco all’articolo pubblicato sul suo giornale il 16 luglio 2017 a firma di Valeria Di Corrado il cui titolo recita “Falsa laurea, prescrizione per l’ex compagna di Carminati”. Sono Stefania Ricciardi, citata nell’articolo come “moglie dell’ex Capo di Gabinetto Giuseppe Ambrosio nonché ex Direttore Generale del CRA”. Ciò che mi spinge a scriverLe è il desiderio di fare chiarezza , per quanto possibile, su una vicenda, tutta italiana, che ha del paradossale e che ha devastato la mia vita professionale e personale.

L’articolo succitato si inquadra nei continui attacchi mediatici rivolti a me e a mio marito, l’ultimo dei quali spregiudicatamente confezionato dal giornale da Lei diretto, mediante l’ accostamento inconferente dei nostri nomi a persone che occupano, per altre vicende, le pagine della cronaca giudiziaria di questi ultimi tempi. Ho letto con sgomento e amarezza il contenuto dell’articolo che è in perfetta sintonia con il barbaro costume dell’uso strumentale delle “notizie” imprecise, false e infarcite di suggestioni demagogiche. Prima di tutto l’articolo contiene delle vere e proprie falsità in quanto io non sono mai stata destinataria di “incarichi dirigenziali” conferiti dal Dott. Giuseppe Ambrosio (mio marito); la “falsa laurea” di cui si fa cenno nel titolo a lettere cubitali, non è falsa né è stata conseguita in “epoca e luogo imprecisati”, come emerso chiaramente nel corso del processo, essendo stata conseguita presso la Link Campus University of Malta di Roma il 20 dicembre 2005. Del tutto privi di fondamento, sono i collegamenti, evocati dall’articolo, tra il Dott. Ambrosio e il Dott. Marra, considerato che mio marito è stato nominato Direttore Generale del CRA nel maggio 2012, mentre le vicende (espletamento del concorso e attività lavorativa prestata dal Dott. Marra) risalgono al 2006. Altrettanto arbitrario è l’accostamento al mio nome e, a quello di mio marito, del nome del Sig. Massimo Carminati, con l’evidente finalità di voler danneggiare la nostra reputazione, utilizzando in modo spregiudicato situazioni afferenti alla vita privata di altre persone. Noi non abbiamo mai conosciuto né avuto a che fare con il Sig. Carminati, in alcuna circostanza della nostra vita.

Nell’articolo si fa più volte riferimento alla sentenza di primo grado e a un processo conclusosi con la prescrizione. Mi permetta di fare una premessa: di quella vicenda io sono una vittima perché la Link Campus di Malta aveva inequivocabilmente garantito la validità ai fini legali del titolo di studio, altrimenti non avrei impegnato tanto tempo, fatica e denaro. Semplice no? (Non per tutti evidentemente). Dunque alcuni anni fa io sono stata ingiustamente accusata di una falsa dichiarazione concernente il mio titolo di laurea e i requisiti di anzianità per l’accesso ad un concorso per dirigenti pubblici. In realtà all’atto della domanda di concorso non ho fatto altro che riportare nella dichiarazione i riferimenti normativi, così come indicati dall’Università stessa e i requisiti richiesti di anzianità in mio possesso. A far chiarezza su questa circostanza non è stato sufficiente un processo, durato molti anni, condizionato da un clima da caccia alle streghe e da accertamenti sommari a sostegno di un preconcetto grottesco. D’altro canto la questione trattata ha carattere tecnico-giuridico a me del tutto ignoto all’epoca dei fatti in quanto ritenevo, come credo abbiano confidato tutti gli studenti di quell’Università in quel tempo, di aver conseguito un titolo “congiunto” con l’Università di Salerno, valido a tutti gli effetti in ragione della serietà e del prestigio dell’Università Link Campus of Malta. Mi è particolarmente dispiaciuto, constatare che anche Il Tempo, distintosi in questi ultimi anni per alcune encomiabili campagne sui diritti delle persone, faccia del garantismo un esercizio a intermittenza, e che di fatto in modo incoerente, e spero soltanto per distrazione, in alcuni casi, alimenti la “ macchina del fango” magari utile a qualche imprecisato interesse o potere, ma non certo coerente con la correttezza dell’informazione. Avrei voluto che la sua giornalista avesse fatto bene il suo lavoro. Sarebbe stato utile se avesse studiato seriamente le carte del processo, senza limitarsi a riportare randomicamente virgolettati estrapolati da una specifica sentenza. Se avesse avuto un approccio meno superficiale, per dar conto del contesto nel quale si è sviluppata la vicenda, avrebbe dovuto dare ancora più risalto a un’altra sentenza emessa dal Tribunale di Roma che ha assolto me insieme a tutti gli altri coimputati da presunti reati contro la Pubblica Amministrazione perché "il fatto non sussiste", e allora avrebbe, forse, potuto dare tutt’altro senso al suo articolo superandone lo spirito giustizialista. Magari, ma questo è sognare!

Un giornalista, credo, non dovrebbe mai dimenticare che dietro le storie ci sono le persone, e che molte di loro, in questi anni in Italia, troppo spesso sono vittime di una giustizia ingiusta, usata come un’arma contro chiunque si trovi ad essere coinvolto in determinate situazioni. Infine, la giornalista Di Corrado avrebbe dovuto evitare l’approccio meramente scandalistico, che caratterizza, ormai, quasi tutta la stampa italiana rispetto a vicende giudiziarie che riguardano in particolare dirigenti pubblici o manager di società private. Non dovrebbe venire qualche dubbio, ad un giornalista serio e capace, che sarebbe più utile e interessante indagare sull’uso che viene fatto della “giustizia”, e di quella mediatica in particolare? Invece che fare scandalismo da quattro soldi sarebbe bene informare l’opinione pubblica sugli enormi problemi della giustizia italiana e sull’ erosione delle garanzie dei cittadini che hanno la sfortuna di entrare nel circo mediatico-giudiziario.

Un ultimo appunto, spiace ancora di più che un tale articolo sia stato scritto da una donna, prigioniera, a quanto pare, dello stereotipo secondo il quale le donne che hanno un qualche successo professionale lo devono solo al fatto di essere "mogli o amanti di "e non per le proprie capacità. In tutta la mia vita professionale non mi sono mai sentita " la moglie d", ma ho servito per quasi trenta anni lo Stato Italiano lavorando seriamente e cercando di migliorare le mie competenze nella comunicazione istituzionale (mio campo lavorativo) al solo fine di dare un fattivo contributo all’Amministrazione della quale ho fatto parte. Caro Direttore, a questo punto non so proprio se ne sia valsa la pena! L’unica cosa che mi spinge ancora a lottare è la speranza che questa paradossale vicenda possa un giorno trovare soluzione in ambito europeo, al di sopra e al di fuori delle beghe da cortile e della palude giuridica italiana. Distinti saluti Stefania Ricciardi

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