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Lettere al direttore

Ospedale San Camillo di Roma

Gentile direttore de «Il Tempo», ho appreso del recente tristissimo episodio occorso all’ospedale San Camillo di Roma e, a mio avviso, ancora una volta sommariamente liquidato come caso di «malasanità» in cui una anziana persona affetta da patologia terminale è deceduta senza che gli venisse concessa una adeguata privacy e dignità. Desidero tuttavia segnalare che, in questo caso, probabilmente, più che agli operatori sanitari del pronto soccorso, appunti andrebbero fatti a chi non ha previsto, né in reparto di degenza né al pronto soccorso, l’installazione di semplici tende divisorie tra i letti e/o le barelle, in modo da poterle aprire e chiudere a seconda delle necessità cliniche e non del momento (per esempio, bisogni naturali) dei pazienti, dei loro parenti e degli operatori sanitari. Tali tende divisorie, di costo irrisorio, sono irrinunciabili nei nosocomi di tutti i Paesi più «civili». Ho lavorato a lungo in Irlanda in ospedale come medico e lì sarebbe impensabile effettuare, ad esempio, una medicazione, una cateterizzazione vescicale od una esplorazione rettale davanti agli altri degenti e parenti, come invece puntualmente accade ogni giorno nei nostri nosocomi. Probabilmente i nostri politici e molti dei nostri amministratori non sanno neanche di cosa io stia parlando. Per i più volenterosi che si volessero documentare, non c'è bisogno di viaggiare ma basta digitare su Google «hospital cubicle curtains». Forse pure la nostra ministra potrebbe documentarsi, chissà, e sensibilizzare gli amministratori ed i progettisti dei nostri ospedali...Credo si possa proprio dire che la mancanza di dignità, rispetto e privacy nei nostri ospedali sia «strutturale» e di «mentalità» e che - ahimé - sia evidente già in fase di progettazione.

Lettera firmata

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