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FINE DEI GIOCHI

Cinque stelle e cinque cerchi

Cinque stelle e cinque cerchi

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No dei cinque stelle ai cinque cerchi olimpici a Roma. Salvo ripensamenti dell’ultim’ora (assai improbabili quando i grillini decidono una cosa) sui Giochi del 2024 le jeux sont faits , nel senso che il sindaco Raggi avrebbe di fatto già deciso per il no alle Olimpiadi decidendo anche di darne comunicazione a stretto giro. A nulla, dunque, sarebbe valso il bagno emotivo tra le gioie e i drammi dei nostri alfieri in Brasile. A nulla i richiami al patriottismo, gli appelli di ex medagliati o le proposte di vario genere come l'assegnare le Olimpiadi formalmente alla Capitale facendo però disputare le gare negli impianti migliori in giro per il Paese. Il no dei proconsoli romani di Grillo a inizio di campagna elettorale, lievemente mitigato in corso d’opera, è tornato perentorio e definitivo oggi poggiando una buccia di banana ai piedi della scaletta dell'aereo che ha riportato in Italia un preoccupatissimo presidente del Coni Giovanni Malagò. Stando dunque ai boatos di Campidoglio, Roma non concorrerà nella sfida possibile con Los Angeles, Budapest e Parigi e due sono le prospettive attraverso le quali guardare a questa scelta. La prima attiene all’orgoglio nazionale, alla fame di quei grandi risultati in grado di proiettare un Paese alla ribalta del mondo cui dovrebbe tendere ogni espressione amministrativa: dal piccolo comune, alla Capitale, al governo, tutti dovrebbero mettere il proprio per far grande l'Italia sportivamente, e perché no, anche economicamente contribuendo a ridare fiato all'economia locale. Ma di questi tempi l’idealismo sfocia in utopia prima di sciogliersi nel calderone bollente della realtà, che riporta il cittadino comune inferocito contro caste e mafie amministrative alle vergogne dei mondiali di calcio Italia '90, agli scandali dei mondiali di nuoto del 2009, a storie e storielle di mala gestione, malaffare, irregolarità e cattedrali nel deserto.

A mordere la Raggi e i suoi seguaci non è solo il passato, ma anche il presente di una città terribilmente indietro su tutto, che non riesce a garantire ai cittadini l’ordinario figurarsi uno straordinario come quello di Rio: vince la Roma delle buche, dei rifiuti, dei cantieri, dei ritardi, della viabilità compromessa, la città del degrado. Dunque, guardando attraverso questa prospettiva, il no alle Olimpiadi del 2024 è una sconfitta per il Paese ma non appare degno di anatemi. Epperò non si possono continuare ad ignorare quei nodi attorno alla possibilità che la Capitale continui ad essere una grande città di sport proiettata nel futuro. Con impianti adeguati, dalla funzione polivalente di tempi sportivi, espressioni identitarie in grado di attirare anche turisti, abbraccio alla modernità e al mercato. Cancellate le Olimpiadi, restano ineludibili due gare arrivate ormai al fotofinish: quella per la costruzione del nuovo stadio della Roma (sulla quale i grillini non la raccontano tutta) e quell’altra, sulla ristrutturazione del vecchio, bellissimo stadio Flaminio pensato da Nervi, abbandonato a se stesso tra crolli, crepe, ruggine e erbacce. Rimesso a nuovo diventerebbe l’impianto ideale dei tifosi della Lazio perché è qui che la società biancoceleste ha scritto pagine importanti della sua storia. L’amministrazione Raggi dovrebbe giocare d’anticipo, raccogliere questi obiettivi e farli propri. La troppa prudenza sfocia nell’immobilismo, anticamera del baratro. E la storia di Roma non perdona: imperatori, duci, consoli o tribuni che per supponenza e titubanza si sono messi contro il popolo delle arene ludiche hanno fatto una brutta fine.

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