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20/07/2010, 05:30

Notizie - Latina

Cronaca

Estorsioni e usura, 23 arresti di camorra

C'è un filo che parte dal sud, collega la Calabria a Napoli, per poi oltrepassare il Garigliano, il sud pontino fino al litorale laziale.

Territori che sarebbero legati da un unico imperativo: quello di utilizzare la forza derivante dall'appartenenza alle organizzazioni camorristiche per assoggettare le vittime dell'usura e gestire altri traffici. L'operazione della squadra mobile di Latina, coordinata dal vicequestore Cristiano Tatarelli, e del commissariato di Formia, diretto da Paolo di Francia, con il supporto della Mobile di Roma, di Napoli e il commissariato di Nettuno, ha portato all'arresto di 23 persone, un'organizzazione che avrebbe gestito attività di usura, estorsione e traffico di stupefacenti tra il litorale flegreo, Latina e Roma. Il pool di magistrati della Direzione distrettuale antimafia ha lavorato per anni su un'indagine partita dal commissariato di Formia nel 2005, allora diretto dal vicequestore Nicolino Pepe, che dal monitoraggio di un personaggio, che nell'attuale fase viene inquadrato come vittima del presunto sodalizio, trovò lo spunto per chiarire i retroscena dell'organizzazione smantellata. «Siamo di fronte a un'associazione per delinquere aggravata dallo stampo camorristico - ha precisato il questore D'Angelo - collegata al clan Longobardi-Beneduce di Pozzuoli». Arrestato e assolto nell'ambito dell'inchiesta Anni '90, una delle tre presunte vittime, Luigi Cannavacciuolo, titolare di una ditta di costruzioni di Minturno, avrebbe avuto una duplice funzione, quella di apparire vicino ai clan casertani, ma anche factotum di altre organizzazioni monitorate dai Beneduce, fino a quando, per un impellente bisogno di liquidi, si sarebbe trovato in un giro di usura dei napoletani, fino al punto di chiedere aiuto agli emergenti di Casale che lo avrebbero abbandonato a se stesso. «Non sono mai stato vicino ai clan indicati - ci ha specificato Cannavacciuolo - neanche vittima delle estorsioni». «Alcune delle presunte vittime avrebbero lavorato per i napoletani nel territorio pontino procacciando affari - ha spiegato Pepe - reclutando imprenditori da vessare, acquisendo appalti, supporti logistici, anche in siti di villeggiatura e nel settore della locomozione». A tirare le fila sarebbe stato Gennaro Cavaliere: seguendo lui, grazie a intercettazioni e pedinamenti, la polizia è arrivata ad individuare il gruppo, penetrato lentamente nel basso Lazio. Diverse le intimidazioni ad imprenditori pontini: in un caso il figlio di una delle vittime sarebbe stato sequestrato per due giorni. Parallelamente si scopriva un traffico di droga, cocaina spacciata anche a Cisterna e Latina, in questo caso con l'intreccio e la supervisione di cosche calabresi, come i Gallace. Centinaia di telefonate intercorse nel 2005 tra Cavaliere e i debitori del clan sono contenute nell'ordinanza di custodia emessa dal gip Nicola Miraglia su richiesta dei pm Antonello Ardituro e Catello Maresca. Le minacce rivolte a un imprenditore di Minturno: «Ci vediamo giovedì all'una da te. Mi devono morire le bambine: ti taglio la testa e te la butto a mare, quando è giovedì! Tu se giovedì mi fai trovare un euro mancante, mannaggia la morte, ti attacco dietro alla macchina io! Ti faccio prendere collera malamente, Luigi, mi devono morire le creature!». «Nel nostro territorio - ha spiegato Tatarelli - se un clan prova a mettere le radici non trova opposizione di un clan emergente, vista l'assenza di un'unica organizzazione che comanda, aspetto positivo per la sicurezza ma nello stesso tempo problematico per il lavoro di contrasto». «Un alto grado di spregiudicatezza - ha sottolineato Di Francia - ha caratterizzato episodi di violenza nel territorio pontino, come incendi, minacce, gambizzazioni». Accertata a Latina, nel centro Valle della Speranza, anche la cessione di una pistola a uno degli emergenti da parte di una persona poi arrestata.

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Mariangela Campanone

20/07/2010

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