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Che non si tratti di una realtà ai margini, ma ben radicata nelle economie locali, lo evidenziava già la ricerca commissionata dalla Cgil regionale alla Fondazione Cesar nel 2005, documentando una sequela impressionante di diritti negati.
E a 360 gradi. Agricoltura. Edilizia. Ma anche commercio, con particolare riferimento alla media distribuzione dove impera il cosiddetto «lavoro grigio»: rispetto ad una prestazione di 12 ore, ad esempio, 6 sono riconosciute e alle altre si riserva il trattamento in nero. Una condizione ormai considerata piuttosto «normale». E così è, di fatto, se si guarda al suo radicamento, talmente forte da generare a sua volta una sorta di sotto-economia. Il rapporto della Cgil segnala non a caso come «fenomeno radicato in provincia di Latina» quello delle aziende terze che forniscono l'intera manodopera a molti supermercati (così come all'organizzazione turistica) con il risultato di «una presenza di lavoratori stranieri nei lavori usuranti e una larga e diffusa pratica di lavoro nero».
È nell'agro-industria che il fenomeno assume toni non controllabili. In molte delle aziende del florovivaistico, ortofrutticolo, vitininicolo ed oleario sparse sul territorio comunale, dice la Flai-Cgil, si praticano significativi tagli al salario fino al 25/30% e a subire i più violenti abusi - conferma il rapporto Cesar - sono perlopiù gli stranieri senza permesso di soggiorno, costretti a ricorrere a caporali o faccendieri quasi sempre collegati alla malavita e a percepire una paga da fame con orari di lavoro schiavistici: anche 4 centesimi a mazzetto di carote raccolte. Le cose non vanno meglio nell'edilizia. Il dato pontino ufficiale è di 1200 aziende e 8000 regolarizzati. Ma non è ardito ritenere che gli addetti siano almeno il doppio.
«La verità - ammette Salvatore D'Incertopadre, segretario provinciale della Cgil - è che il fenomeno non esiste solo come domanda, ma anche come offerta. Sta diventando cioè fatto strutturale, culturale, e non riguarda più solo la manodopera extracomunitaria ma anche quella italiana. Tanti lavoratori in cassintegrazione e/o mobilità ricorrono al «nero» per arrotondare e si è stabilita una sorta di «connivenza» fra chi cerca lavoro e chi lo offre. Un silenzioso patto d'alleanza che si spezza solo quando l'opportunità lavorativa viene meno e il dipendente porta alla luce la sua situazione per ottenere in qualche modo giustizia».
Luigi Garullo, segretario provinciale Uil, concorda e affonda il dito nella piaga: «I controlli sono stati potenziati, da parte degli uffici competenti, ma evidentemente non bastano. Serve anche una diversa legislazione a livello nazionale. Spesso il «lavoro nero» è una sorta di «strada obbligata» in agricoltura, ad esempio, dove la provincia pontina è certamente penalizzata dall'esiguità delle quote assegnate nel quadro del decreto-flussi». Per Pasquale Verrengia, segretario provinciale Cisl, il problema è la mancata concertazione: «Forze sociali, imprenditori ed istituzioni - afferma - devono sedersi attorno a un tavolo ed affrontare seriamente la materia di cui sfugge evidentemente la drammaticità, visto che ormai il lavoro nero è diffuso in tutti i settori anche perché spesso rappresenta l'unica concreta risposta alla disoccupazione dilagante».
Rita Calicchia
18/02/2009