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21/02/2012, 05:30
L'incidente vicino Shindand al confine con la provincia "calda" di Farah. Il blindato si è capovolto durante l'attraversamento di un corso d'acqua.
Ancora sangue italiano in Afghanistan anche se in questa occasione non si parla di conflitti a fuoco o di attentati, ma di un maledetto incidente: fatto sta che tre soldati italiani hanno perso la vita per il ribaltamento di un «Lince». E il bilancio del nostro tributo si aggrava: Dal 2004, inizio della missione Isaf, salgono a 49 i militari del contingente nazionale caduti nel Paese asiatico. Dalla sinistra si rinnova l'invito al ritiro mentre sono stati molti i messaggi di cordoglio dal mondo politico, in testa il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e il premier Mario Monti. Ieri mattina l'incidente, a circa 20 km a sud-ovest di Shindand, al confine con la provincia «calda» di Farah, zona ancora ad alta presenza di «insurgents», tanto che da giorni è in atto una vasta operazione di contrasto con militari Isaf impiegati in gran numero con l'obiettivo di allargare la bolla di sicurezza. Purtroppo, l'azione dei militari è resa difficile dalle forti piogge che hanno ingrossato i corsi d'acqua in questi ultimi giorni. Appartenente alla Task Force Center con base a Shindand, il «Lince» coinvolto nell'incidente era impegnato proprio nel recupero di un'unità rimasta bloccata dalle condizioni meteo avverse: ma, ironia della sorte, mentre attraversava un corso d'acqua, si è capovolto con grande violenza. Tre dei militari dell'equipaggio (in forza al 66/o Reggimento Aeromobile «Friuli» di Forlì) sono rimasti intrappolati all'interno del mezzo e sono successivamente morti: il caporal maggiore capo Francesco Currò, 33 anni, di Messina; il primo caporal maggiore Francesco Paolo Messineo, 29 anni, di Palermo; il primo caporal maggiore Luca Valente, 28 anni, di Gagliano del Capo (Lecce). Il mitragliere che stava sulla torretta, il «rallista« del blindato, è riuscito a salvarsi: sbalzato dal mezzo, il soldato ha riportato ferite ed è stato ricoverato nell'ospedale da campo di Shindand per ipotermia. Se la caverà. Le tre salme e il ferito sono stati trasportati ad Herat: precauzionalmente quest'ultimo è stato ricoverato nell'ospedale da campo, ma i suoi valori sono rientrati nella norma e, al telefono, ha potuto tranquillizzare i familiari personalmente. Già nella giornata odierna i feretri dovrebbero partire per l'Italia. Toccanti le testimonianze dei familiari: «Questa volta non voleva partire: era come se avesse un presentimento, che potesse accadere qualcosa, ma poi è andato lo stesso», ha raccontato lo zio di Francesco Currò. Insomma, una storia che si ripete. Così come quella del «Lince» che, grazie alla sua blindatura antimine, ha salvato tante volte i militari incappati in ordigni artigianali. Il 23 settembre scorso altri tre soldati italiani morirono all'interno di un blindato identico ribaltatosi non lontano dalla base Camp Arena di Herat. E c'è chi punta il dito sull'instabilità del mezzo, causata dall'appesantimento della blindatura della ralla: peraltro, si tratta di un accorgimento attuato per proteggere il mitragliere che era l'elemento più vulnerabile, essendo esposto al fuoco del nemico. Il Capo dello Stato ha espresso «solidale partecipazione al dolore dei familiari dei caduti, rendendosi interprete del profondo cordoglio del Paese». Monti ha appreso «con dolore» dell'incidente ed ha voluto dare il «suo cordoglio alle famiglie, partecipando con commozione al loro lutto». Anche dai presidenti di Senato e Camera, Renato Schifani e Gianfranco Fini, messaggi di solidarietà. Esponenti della sinistra hanno rinnovato l'invito a ritirare il contingente dall'Afghanistan: «Stare ancora lì è una follia», ha detto il segretario nazionale del Pdci, Oliviero Diliberto. Per Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione comunista, bisogna andare «via subito dall'Afghanistan, senza se e senza ma. Lo chiediamo da anni, ma i militari italiani continuano a fare la guerra e a morire». Anche la Lega critica la missione, con Stefano Stefani: «Serve una riflessione sulla durata e su come viene condotta, se cioè ci siano margini per aumentare la sicurezza delle nostre truppe, se occorrono nuovi e migliori mezzi».
Marino Collacciani
21/02/2012