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12/02/2012, 05:30
Oggi il voto sull'austerity, ancora scioperi. Atene in attesa dei fondi Ue.
C'è una clessidra sul destino della Grecia. E con lei dell'euro e dell'economia europea. Oggi sarà appoggiata sullo scranno del presidente del parlamento greco a scandire il tempo della votazione per approvare o respingere le misure di austerity proposte dal governo guidato da Lucas Papademos. In quei granelli di sabbia c'è la fine o la salvezza dell'euro. Il tempo per mettere il paese ellenico in sicurezza seguendo i diktat della troika, e cioè dei tecnici di Fmi, Bce e Ue, è veramente scaduto. Senza il sì alle misure draconiane che prevedono tra l'altro la messa in mobilità di 150 mila dipendenti statali entro il 2015 e il taglio del 20% dei salari minimi, non arriveranno i 130 miliardi promessi dall'Unione Europea, già saliti a 145 (15 supplementari, già accordati secondo il Wall Street Journal, per ricapitalizzare le banche), per mettere il bilancio pubblico in sicurezza, per riportare il debito sotto il 120% del Pil e per pagare circa 15 miliardi di bond in scadenza. Insomma sarà la catastrofe. O il default per dirla in termini tecnici, più o meno controllato, ma comunque ad alto contenuto esplosivo per l'economia di Eurolandia e non solo. La palla, dopo il primo tempo giocato dal governo Papademos, passa alla politica. Che sulla carta ha già deciso. O meglio avrebbe, perché il colpo di scena in un paese sconquassato da una crisi violenta non si può escludere a priori. Ieri sono scesi in campo i due maggiori partiti greci, il conservatore Nea Dimokratia (Nd) e il socialista Pasok. Entrambi hanno lanciato un forte appello e un serrate i ranghi ai propri parlamentari per il voto compatto alle misure. «È una questione di disciplina di partito - ha detto Antonis Samaras, leader di Nd, parlando a una commissione parlamentare -. Chi si oppone alle misure non sarà candidato alle prossime elezioni».
Dal canto suo Giorgos Papandreou, ex premier e leader del Pasok, ha detto che i deputati devono essere uniti nel voto, affermando che «bisogna parlare onestamente ai greci e dire cosa significherebbe il fallimento del Paese». Papandreou ha spiegato che se le misure sono dure, ma una loro bocciatura vorrebbe dire che lo stato non potrà far funzionare gli ospedali, pagare stipendi e pensioni. Il voto sul nuovo pacchetto-austerità dovrebbe, dunque, essere a favore della manovra nonostante l'uscita dalla maggioranza del partito di estrema destra Laos e la minaccia di un voto contrario di alcuni deputati del Pasok. In serata è arrivato il messaggio alla nazione del premier Papademos alla tv: «Sappiamo che le nuove misure colpiranno i greci nel breve termine. Lo sappiamo. Ma i costi sociali non si possono paragonare con il disastro che genererebbe una loro bocciatura». Poi il premier ha aggiunto: «Siamo giunti al Punto Zero. Queste misure ci evitano il fallimento incontrollato, che porterebbe il paese alla catastrofe, al caos economico, all'esplosione sociale».
Una catastrofe anche esplicitata. «Senza misure non avremmo potuto più importare generi di prima necessità, o pagare per il funzionamento di ospedali e scuole, pensioni e medicine». Poi la richiesta ai due maggiori partiti e ai greci: «Il patriottismo non è abbandonare la battaglia, ma difendere la nostra posizione in Europa e nell'euro, prendendo tutti insieme decisioni importanti». Anche perché «se seguiremo questo programma economico, io prevedo che la Grecia torni allo sviluppo economco nella seconda metà del 2013».
La ricetta imposta, però, non si cambia. E sarà un salasso sociale condito da una perdita, da parte dello Stato, del controllo di beni pubblici. Dunque privatizzazioni per 4,5 miliardi entro il 2012 e di 15 entro il 2015. Sul mercato società energetiche, autostrade, porti e aeroporti. E ancora 1,1 miliardi di tagli nei costi farmaceutici e l'apertura del mercato energetico agli investimenti stranieri. E poi tagli all'immensa struttura pubblica. In attesa del sì dei grandi d'Europa, Germania in prima linea, allo sblocco dei fondi, la Grecia potrà prendere in prestito fino ad un massimo di 35 miliardi dal fondo temporaneo Salva-Stati per finanziare il possibile riacquisto dei suoi bond offerti nell'eurozona. I mercati restano ottimisti. La politica europea pure. Il vicepresidente Ue, Antonio Tajani, ha detto: «Sono convinto che la Grecia accetterà il piano di risanamento e non uscirà dall'euro». Ma per capire se la crisi dell'euro finirà veramente bisogna necessariamente passare per Berlino. È lì che alberga l'anima rigorista teutonica. Nella quale qualche crepa si comincia a vedere. Secondo Die Welt ora la Merkel è la «colomba» contro il «falco» Schaeuble, ministro delle Finanze. Che starebbe spingendo la Grecia fuori dall'euro se necessario, a causa della «conosciuta inaffidabilità» di Atene. Merkel «sarebbe allineata con altri Paesi Euro».
Filippo Caleri
12/02/2012