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09/02/2012, 05:30
Padre Dall'Oglio: va consentito l'accesso ad "accompagnatori" che mettano in atto il processo di pace.
«La situazione in Siria è molto seria, anche se nel Paese è vissuta a macchia di leopardo: al centro di Damasco sembra di vivere normalmente, mentre nelle zone periferiche c'è una mobilitazione forte e preoccupante. Dobbiamo evitare un bagno di sangue».
Dal Paese bloccato da due impasse, quello politico e quello militare, un appello accorato e meditato per chiedere l'interruzione del conflitto armato, la protezione dei civili inermi, e l'inizio di un processo di pacificazione nazionale. A lanciarlo è «il gesuita del deserto», padre Paolo Dall'Oglio, romano che da 30 anni vive in Siria con il sogno del dialogo fra cristiani e musulmani. Arrivò nella terra che fu della regina Zenobia nel 1982, quando gli israeliani invasero il Libano e fondò il monastero Deir Mar Musa el-Habas, un antico gioiello di fede incastonato fra le rocce del deserto, 80 km. a nord di Damasco. La leggenda vuole che sorga sui ruderi dell'eremo di San Mosè l'Abissino, figlio di un re etiope.
Quale è il suo ruolo nella grave crisi di questo Paese scosso da undici mesi da proteste anti-regime e dalla conseguente repressione?
«È quello di ribadire che in questo momento la necessità umana e anche politica è che si venga ad un tavolo di trattative e per questo motivo ho chiesto che anche la diplomazia della Santa Sede faccia i passi necessari al massimo livello e con la massima urgenza per creare le condizioni negoziali al cessate il fuoco e alla ricerca di una soluzione politica sul terreno».
Come può intervenire la Santa Sede?
«Immagino che il Vaticano possa utilizzare tutta la sua esperienza sia nel dialogo con le chiese ortodosse sia con le comunità musulmane. Dialogare con le chiese ortodosse significa venire incontro anche alla più importante comunità cristiana siriana che è quella araba, bizantina ortodossa, in profonda relazione con la chiesa russa di Mosca».
Anche se la maggior parte dei siriani sono ortodossi?
«Il Vaticano non può intervenire direttamente ma tener conto della sensibilità degli ortodossi che è molto vicina a quella della larga maggioranza dei cristiani. Allo stesso tempo il Vaticano ha le entrature e conoscenze con i leader musulmani mondiali, sunniti e sciiti, e quindi in grado di creare le occasioni di negoziati. Poi ci sono le relazioni con Russia, Iran ma anche con la Lega Araba attraverso la Nunziatura de Il Cairo».
Perché rischiano gli ortodossi?
«Gli ortodossi sono i cristiani di Siria che oggi hanno più paura, sia perché sono sparsi su tutto il territorio nazionale, sia perché sono concentrati nella regione costiera, dominata dalle montagne Alawite (branca dello sciismo a cui appartengono i clan al potere) e per questo candidata a diventare un cantone separato in uno scenario in cui la Siria di oggi venga divisa su base confessionale».
Aveva chiesto altri interventi?
«Sì, per mesi ho chiesto che i Paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) si impegnassero per una intermediazione in Siria, ma il timido tentativo è naufragato. Ora la situazione è drammatica con il rischio che venga stritolata la minoranza cristiana. Non si possono più avere remore o avere una seconda edizione della tragedia irachena. È necessario un grande impegno, subito, per trovare una soluzione negoziale al conflitto in atto in Siria».
Ieri è venuto il ministro russo Lavrov in missione, ma mentre Assad vuole fissare la data del referendum per sospendere le violenze l'Unicef fa il conto dei bambini morti: siamo a un punto di non ritorno?
«Da mesi in Siria si combattono gli interessi geostrategici dell'Occidente e della Russia contrapposti, della Turchia e dell'Iran, del mondo sciita e del mondo sunnita...È ora che il territorio siriano e la popolazione non siano usati per questi conflitti ma come occasione per accordi che restituiscono al Paese il suo ruolo, un paese di pace e riconciliazione».
Ma ci può essere un rischio Libia per la Siria?
«Da sempre sono contro l'intervento armato internazionale. Lo sono stato per l'Iraq e per l'Afghanistan, pubblicamente, e oggi sono della stessa opinione ma, allo stesso modo, sono contro l'irresponsabilità internazionale. La società civile internazionale può offrire operatori, organizzazioni non governative, come la Croce/Mezza luna rossa, attori che possono sul terreno controllare e accompagnare - ecco perché non li chiamo osservatori - la messa in opera degli accordi negoziali. Si sta consumando una tragedia perciò bisogna trovare soluzioni accettabili per large maggioranze altrimenti c'è la perdita del Paese, la disgregazione del Medio Oriente e poche prospettive democratiche».
Il forte rischio, dunque, che nel Paese di Bashar Al Assad, dove l'Onu stima già 4.500 vittime, i boccioli della primavera araba non fioriranno mai.
Sarina Biraghi
09/02/2012