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26/01/2012, 05:30

L'ombra della corruzione sul Vaticano

Il Nunzio Apostolico a Washington Viganò, ex segretario generale del Governatorato, getta ombre sulla gestione finanziaria dello Stato.

Piazza San Pietro Una storia di «corruzione». Una storia di malaffare che invischia il Vaticano. Una storia di denaro, di banchieri, di appalti, ma soprattutto di bilanci in rosso. Una storia che coinvolge Benedetto XVI, il suo segretario di Stato il cardinale Tarcisio Bertone e che ruota attorno alla figura di Carlo Maria Viganò che, fino a qualche mese fa, era il segretario generale del governatorato del Vaticano. Una storia che ha avuto inizio nel maggio del 2009 quando, come ha raccontato ieri sera Gli intoccabili, il programma di Gian Luigi Nuzzi andato in onda su La7, Joseph Ratzinger decise di affidare la gestione degli appalti della Santa Sede al cardinale Giovanni Layolo e a monsignor Viganò. Un incarico che quest'ultimo ha accettato anche se lo scorso 4 aprile 2011 Viganò affidò a una sua lettera inviata al Santo Padre tutte le preoccupazioni che lo avevano investito al momento del suo ingresso al governatorato: «Non avrei mai pensato di trovarmi davanti a una situazione così disastrosa. Ne feci parola in più occasioni al cardinale Segretario di Stato, facendogli presente che non ce l'avrei fatta con le sole mie forze: avevo bisogno del suo costante appoggio». Appoggio che Viganò farà poi capire non esserci stato. Ma i numeri sono tutti dalla parte di Viganò. Le finanze al suo arrivo nel segretariato generale erano disastrose: «La situazione finanziaria del Governatorato - proseguiva nella sua lettera di denuncia - aveva subito perdite di oltre il 50/60%, anche per imperizia di chi l'aveva amministrata. Per porvi rimedio, il cardinale presidente aveva affidato di fatto la gestione dei due fondi dello Stato ad un Comitato finanza e gestione, composto da alcuni grandi banchieri, i quali sono risultati fare più il loro interesse che i nostri. Ad esempio, nel dicembre 2009, in una sola operazione ci fecero perdere 2 milioni e mezzo di dollari. Segnalai la cosa al Segretario di Stato e alla Prefettura degli Affari Economici, la quale, del resto, considera illegale l'esistenza di detto Comitato. Con la mia costante partecipazione alle sue riunioni ho cercato di arginare l'operato di detti banchieri, dai quali necessariamente ho dovuto spesso dissentire». Ed ecco che è proprio durante la trasmissione di Nuzzi che escono i nomi di quattro persone di peso che fanno parte del Comitato: quattro uomini di primo piano della finanza italiana che sono Pellegrino Capaldo (ex presidente della Banca di Roma), Carlo Fratta Pasini (presidente del Banco popolare), Ettore Gotti Tedeschi (banchiere scelto dal Papa per guidare lo Ior) e Massimo Ponzellini (ex presidente della Banca popolare di Milano). Un gruppo di banchieri che opera senza riconoscimento legale e amministrava quasi 300 milioni di investimenti ogni anno. Ed è proprio in questo momento che Viganò interviene con la scure portando il bilancio del governatorato da un deficit di 8 milioni a un utile di 34,4 milioni nel giro di un anno. Rigore e tagli alle spese che però non daranno lustro a Viganò, anzi, come commenta Gli intoccabili, gli porteranno tanti nemici «e quei nemici si stanno muovendo nell'ombra per fargliela pagare». Nemici che riescono a far pubblicare su Il Giornale articoli senza firma contro il prelato. Pezzi non riconosciuti dal vaticanista del quotidiano dell'epoca, Andrea Tornielli. Un'operazione che al tempo stesso il direttore Alessandro Sallusti nega essere stata denigratoria: «Avevamo all'interno del Vaticano un insider che scriveva per noi». Eppure anche grazie a quegli articoli e all'influenza in Vaticano dei "nemici di Viganò" Bertone si convince di sollevare il monsignore dall'incarico per nominarlo, nel novembre scorso, Nunzio Apostolico della Santa sede negli Stati Uniti. Un incarico da svolgersi a Washington che in Curia tutti fanno rientrare in quella categoria di promozioni che risponde al detto latino promoveatur ut amoveatir. Una promozione/rimozione che lo stesso Viganò sperava di evitare in un'altra lettera al Papa: «Beatissimo Padre, un mio trasferimento in questo momento provocherebbe smarrimento e scoramento in quanti hanno creduto fosse possibile risanare tante situazioni di corruzione e prevaricazione da tempo radicate nella gestione delle diverse Direzioni». Parole che purtroppo sono rimaste lettera morta fino a quando, almeno, Viganò ha chiesto direttamente a Bertone di essere messo a confronto con i suoi accusatori in un processo «ai sensi del canone 220 del codice di diritto canonico». E questo sembra essere solamente un nuovo capitolo di una vicenda che potrebbe coinvolgere molte altre persone e che certamente getta molte ombre nelle segrete stanze del Vaticano.

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26/01/2012

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