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06/12/2011, 05:30
Massacro di Novi Ligure: sarà il padre di Erika a prendere la figlia oggi nella comunità Exodus di Don Antonio Mazzi sulle colline di Lonato, in provincia di Brescia.
«Erika, il padre e tutti noi - ha detto don Antonio Mazzi - vogliamo essere lasciati in pace. Nessuno parlerà. L'unico a parlare sono io. È inutile che i giornalisti si accalchino davanti alla comunità, stanno solo disturbando». Un velo di discrezione probabilmente dovuto, nonostante tutto, a una ragazza che ormai è una giovane donna: «tecnicamente» da ieri Erika Di Nardo è libera, ma solo oggi uscirà dalla Comunità che la ospita da qualche settimana. La spietata assassina di sua madre e del suo fratellino, massacrati nella loro villetta di Novi ligure (Alessandria) il 21 febbraio del 2001, per la legge italiana ha scontato la sua pena per quell'efferato delitto, commesso insieme col fidanzatino di allora, Omar Favaro, tornato libero prima di lei. Una «protezione», quella di don Mazzi, per nulla scandalosa. Almeno per i responsabili della Comunità che invitano a una riflessione: «La libertà legale è una cosa diversa da quella interiore - ha spiegato il responsabile della comunità Exodus di Lonato (Brescia), Giovanni Mazzi, nipote di don Antonio - e per questo il percorso è ancora lungo». «Erika - ha aggiunto don Antonio Mazzi, fondatore della Comunità Exodus - continuerà sulla strada del volontariato, intrapresa in questi mesi nella comunità. Continuerà a lavorare con noi». Erika non è apparsa particolarmente emozionata, anche se la sua estrema discrezione induce a ipotizzare un grosso imbarazzo interiore. In carcere si è brillantemente laureata in Filosofia, hacercato di dare un nuovo corso alla propria vita: chissà se basterà. Ancora ieri si aggirava, jeans e felpa color fucsia, nella Comunità con un'aria spaurita, testimoniataimona dai teleobiettivi dei fotoreporter. Così, per Erika il giorno della libertà non è stato dissimile da tutti quelli che ha trascorso dal 5 ottobre a questa parte, da quando ha lasciato il carcere bresciano di Verziano ed è stata ammessa nell'Exodus sulle colline di Lonato: sveglia all'alba, colazione, pulizie, lavori all'interno della comunità nella quale si allevano anche i cavalli. Con un unico accorgimento: rimanere circondata dagli altri ospiti della comunità per cercare di sfuggire, inutilmente, ai numerosi fotografi e operatori assiepati fuori dal recinto della Comunità. Erika, condannata a 16 anni per il duplice omicidio, e che inizialmente raccontò di un'aggressione subita da parte di alcuni albanesi, esce dal circuito detentivo dopo circa undici anni per via della buona condotta, dell'indulto e del risultato positivo della messa alla prova (che dovrà essere ratificato nei prossimi giorni dai giudici di Sorveglianza). Attraverso don Antonio Mazzi, ha fatto sapere di non voler parlare con la stampa, una volta fuori: «Caro don Mazzi, come tu sai - ha scritto Erika nella lettera affidata al sacerdote -, ho deciso di lavorare con te per un certo periodo perché sono contenta di continuare a maturare e ad aiutare gli altri. Continuerò il mio percorso comunitario e ti prego di dire alla stampa di non contattare né me né la mia famiglia che merita un po' di serenità». A prenderla a Lonato, arriverà oggi suo padre Francesco, l'ingegnere che sin dal giorno dell'arresto le è sempre stato accanto, nonostante la mostruosità di cui la figlia si è resa protagonista, e che non ha mai mancato una visita. Don Mazzi ha dichiarato che neanche Francesco De Nardo parlerà con la stampa, liquidando come «cose del passato» le schermaglie apparse anche recentemente tra Erika e l'ex fidanzato Omar, con accuse reciproche per l'atteggiamento mantenuto in questi anni, su alcuni giornali e televisioni. Per la ragazza di Novi Ligure si apre un percorso che, per sua volontà, si svolgerà nel volontariato, «forse anche all'estero», ha spiegato don Mazzi, ma sempre nell'ambito del progetto Exodus. Sarà una decisione sua e di suo padre trascorrere insieme e dove il Natale. Difficilmente nella villetta che fu scenario del massacro. Imposte chiuse e sul campanello i nomi di sempre: «De Nardo F. e Cassini S.»: è rimasta chiusa anche ieri la «villetta dell'orrore» di Novi Ligure (Alessandria), dove Erika De Nardo e Omar Favaro, il 21 febbraio del 2001 uccisero, con 96 coltellate, la mamma e il fratellino di Erika, Susy Cassini e Gianluca, di soli undici anni. Il papà di Erika - stando a quanto raccolto in paese - ieri non si è visto nella villetta, nel quartiere residenziale di Lodolino, alla periferia di Novi Ligure. La sua vita, che per tanti anni è continuata in quella casa, da qualche tempo - raccontano a Novi Ligure - si è spostata in campagna, nella zona di Basso Pieve, probabilmente con una nuova compagna. Intorno alla villetta ieri non si è visto nessuno, neanche i giornalisti e i fotografi che nei giorni scorsi, seppure in maniera sporadica, erano apaprsi. Anche la vita in paese è apparsa assolutamente normale. Blindato il silenzio dei vicini e del sindaco, Lorenzo Robbiano, che con garbo dice di «non avere alcuna dichiarazione da rilasciare» sulla tragedia di quella villetta che, nonostante le tante cose che sono state dette e scritte in questi anni, non è mai stata in vendita, non è mai stata abbandonata e conserva il suo aspetto di piccola dimora borghese, con il giardino e il prato curato, le rose tagliate e senza alcun segno della tragedia che vi si è consumata. E che consegna una fresca scia di polemiche. Con una lettera pubblicata su un quotidiano Erika ha accusato Omar di strumentalizzare la sua famiglia, per esempio facendosi fotografare sulle tombe della mamma, Susy Cassini, e del fratellino Gianluca. «Si vede chiaramente quanto sei viscido e senza dignità - gli ha scritto -. Usare mia madre e mio fratello per farti popolarità. Per farti dei soldi ti sei fatto fotografare al cimitero da loro, ma non ti vergogni?». Omar non ha voluto rispondere subito, perché - sostiene - queste accuse sono «un fatto mediatico». A ottobre aveva detto che lui ed Erica non hanno più niente da dirsi. «Mi auguro - aveva aggiunto - che smetta di dire cose non vere. Io mi sono già preso le mie responsabilità», che sono quelle di un massacro terribile, rimasto nella memoria degli italiani. Susi Cassini, 42 anni, e il figlio Gianluca, di 11, vengono uccisi con 96 coltellate nella loro villetta di Novi Ligure. La donna è sul pavimento della cucina, il figlio nella vasca da bagno al piano superiore. A dare l'allarme Erika che racconta di essere riuscita a sfuggire a degli sconosciuti armati di coltello, ma mentre si trova con Omar nella caserma dei carabinieri, viene filmata: sta mimando le coltellate e cerca di rassicurare il complice.
Marino Collacciani
06/12/2011