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    Alla fine del riquadro di spiegazione ne sarà proposta anche la traduzione in inglese, ripresa dal lemmario Italiano-Inglese del Ragazzini 2010.

23/11/2011, 13:01

Sbagliata la "vendetta" dal cielo

Di LUIGI COMPAGNA Iran, Israele e nucleare. Se deve esserci un'azione militare va fatta coni il consenso e l'impegno degli Usa e l'appoggio dell'Ue.

Si prefigura un blitz dal cielo, previsto fra la fine del 2011 e l'inizio del 2012, per distruggere centrifughe e impianti di arricchimento dell'uranio impoverito in Iran. La cosiddetta strategia del "primo colpo" vedrebbe protagonista Israele, senza America ed Europa al suo fianco. Sarebbe un errore. Israele ha sviluppato da molti anni un sistema missilistico e antimissilistico fra i più progrediti. Un attacco di missili iraniani di lunga gittata oggi come oggi è meno pericoloso di quello rappresentato dai missili a corto raggio di Hamas da Gaza e di Hezbollah dal Libano. Colpire immediatamente l'Iran per fermare o rallentare la corsa all'atomica può ben ritenersi un'"idea stupida". L'espressione la ha usata il penultimo capo del Mossad, Meir Dagan, suscitando l'ira di Netanyahu (ovviamente il meno indicato ad apprezzarne tanta supponenza). Se attacco all'Iran ci sarà, dovrà avvenire con esplicito consenso ed impegno americano. Il potenziale atomico iraniano si disperde e si nasconde su vasti territori, difficili da raggiungersi anche con bombe di grande potenza. Non serve che Israele minacci di far da sé. Certo, da parte di Obama sarebbe stata preferibile una reazione più energica al recentissimo rapporto dell'Aiea (Agenzia Internazionale Energia Atomica), quest'anno firmato dal suo nuovo direttore, Yukiga Amano. Ne emergeva nitidamente come e quanto avesse pervicacemente mentito il precedente direttore, l'egiziano Mohamed el Baradei, che negli scorsi rapporti aveva sempre negato progressi iraniani nella costruzione di un'arma nucleare e per questo era stato gratificato col Nobel. Testimonianza dell'antisionismo (se non si vuol dire antisemitismo) che ispira organizzazioni internazionali riconducibili all'egida dell’Onu. Ma non per questo si può auspicare dallo Stato ebraico una sorta di attacco in contropiede, dettato dall'isolamento e dalla disperazione, che tolga le castagne dal fuoco ai suoi vicini del Golfo. Il nucleare iraniano spaventa i paesi arabi (eccetto la Siria) non meno di Israele e di questo a Gerusalemme bisogna tener conto. Da non escludere, invece, interventi israeliani anche contro scienziati iraniani addetti ai laboratori, che neanche l'Onu avrebbe ormai più modo di condannare. L'altro ieri, ad esempio, quando un'esplosione nella base iraniana ad ovest della capitale provocava la morte di uno dei maggiori responsabili militari dei progetti missilistici a lungo raggio, il piccolo pasdaran Moghaddam, il ministro della difesa israeliano Barak aveva commentato: "Speriamo ve ne siano molte altre" e nessuno aveva contestato il buon diritto a esprimersi così. Apprezzamenti sulla sgradevolezza del premier israeliano del tipo di quelli captati nei giorni scorsi sono indegni del presidente Usa, chiunque egli sia. Né l'ipotesi di un'azione militare su vasta scala può riguardare solo Israele. Il cosiddetto imperialismo americano è chiamato a più impegnative considerazioni. L'imminente ritiro americano dall'Iraq lascerà un vuoto nell'area del Golfo e Teheran sembra avere tutte le intenzioni e le possibilità di riempirlo. A Bagdad, senza più gli americani, le forze prevalenti e forse dominanti saranno quelle degli sciiti filoiraniani. Sarebbe imperdonabile non preoccuparsene. Si rende conto Obama che continuare in questa situazione a manifestare insofferenza nei confronti del governo Netanyahu serve solo ad accentuare un senso di isolamento e di accerchiamento in Israele? Per resistere alla tentazione di "far da sé", qualunque governo israeliano deve sentirsi rassicurato da amicizia in Occidente. Un tempo Pannella insisteva sulla necessità di aprire le porte dell'Ue a Israele. Forse ancor più decisiva sarebbe la sua integrazione nella Nato. Dopo la denuncia dell'Aiea, per scongiurare davvero i rischi di "guerra preventiva", gli Usa devono trovare il modo di proporre e realizzare tale integrazione in tempi brevissimi.


 

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Luigi Compagna

23/11/2011

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