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22/10/2011, 05:30

Il caso Giuliani diventa fumetto

Val di Susa: presentato un libro alla vigilia della manifestazione dei No-Tav. La versione di una morte che a tratti diventa apologia.

Uno dei fumetti mostra un carabiniere che lancia pietre Ieri sera i No Tav si sono preparati il piatto: in vista della manifestazione di domani in Val di Susa - dove hanno promesso di tagliare le reti del cantiere di Chiomonte, ma «di non essere violenti» (come dire, fateci fare quello che vogliamo) - hanno pensato bene di presentare a Giglione un libro «Carlo Giuliani, il ribelle di Genova» di Francesco Barilli e Manuele De Carli. È un libro a fumetti e forse la scelta editoriale (peraltro, obiettivamente, ben «vestita» dalla grafica e dal disegno) rivela una realtà molto romanzata e, di sicuro, politicizzata. A tratti pericolosamente apologa. A pagina 93, ad esempio, si legge nelle quattro scene proposte: 1) «Anche la realtà, se vogliamo, è ugualmente semplice. Solo che faceva meno comodo raccontarla...»; 2) «Tutto si svolge in uno, due minuti. Il breve scontro in via Caffa, la fuga precipitosa dei carabinieri, le due jeep che si ostacolano»; 3) «La pistola spunta dal lunotto quando Carlo è ben lontano. È impugnata con mano ferma, inclinata di lato. La posa è sicura, quella di un killer...»; 4) «Un ragazzo con kway blu e caschetto giallo tira l'estintore che abbiamo visto prima in mano a un carabiniere in ritirata». Vi risparmiamo le altre pagine, ma per i solerti «ricostruttori di verità a fumetti» il «killer» è il carabiniere e nel frattempo succedono cose incredibili, come quella evidenziata nelle prime due sequenze pubblicate qui a fianco. Ovvero, i gas lacrimogeni fanno piangere Carlo Giuliani che è «costretto», per proteggersi, a indossare il passamontagna... Ora non vorremmo essere fraintesi: la morte di un figlio, per giunta in modo cruento, è una perdita incalcolabile dal punto di vista umano. E merita sempre rispetto. Ma le circostanze non possono essere violentate, stampate al contrario: la storia (quella che poi finisce sui libri di scuola), quando è documentata con attendibile chiarezza, deve essere lineare, sia pure cosparsa dal dolore e dal sangue. Che senso ha ribaltare l'inverosimile? Nel cuore dei genitori, forse la sete di una giustizia da ricercare tra il cielo e la terra, tra il razionale e l'irrazionale del ragionevole dubbio. Ma per gli altri? Un modo per rimettere le lancette di un ordigno ad orologeria? Da usare quale pertica ideologica per scavalcare le reti del cantiere in Val di Susa, ancora prima di reciderle reclamando l'impunità? Risposte assolutamete non intonate alla serenità mentre si avvicina la scadenza di domani: un nuovo conto da pagare alla violenza per tanti agenti deputati all'incolumità dei cittadini. Anche loro sono figli, anche loro hanno dei genitori e dei fratelli. Ma il papà di Carlo Giuliani, in questa ottica, pare non farsene ancora una ragione. Ripercorriamo alcuni passi di un'intervista radiofonica da lui rilasciata ieri mattina, a proposito degli scontri di Roma, sabato scorso: «Sembra quasi, in piccolo, la vicenda della scuola Diaz. Alla Diaz rompono la testa a 90 persone che dormono e non c'entrano niente per riparare a dei guasti. Questi arresti sembrano, in piccolo, una vicenda simile». Poi prova ad «alleggerire»: «Chiederei di non chiamare manifestanti quelli che spaccano le vetrine. Sono teppisti, violenti, idioti perché sostengono di voler spaccare i simboli del capitalismo e il giorno dopo le loro devastazioni aumentano le tariffe assicurative per cui la loro azione è anche una cretinata». Prima di «rilanciare»: «Però chiedo, perché non li hanno fermati?». Di fronte alle immagini del blindato dei carabinieri in fiamme con la scritta «Carlo vive», Giuliani afferma: «È una vergogna. È stato fatto un uso osceno del nome di mio figlio per giustificare una cosa che non c'entra niente con le manifestazioni pacifiche e con il ricordo di una gestione dell'ordine pubblico, al G8 di Genova, che è l'esatto contrario di ciò che si dovrebbe fare». Quindi, Giuliani ha rivissuto quel 20 luglio 2001, respingendo le accuse che il figlio stesse per compiere un'azione violenta: «Carlo raccoglie l'estintore come un gesto di difesa quando ha visto una pistola puntata da tempo. Il passamontagna? Ma lì tiravano il gas Cs, lei l'ha mai preso? Ci provi, quando va in una manifestazione, tanto ne lanceranno ancora, è una cosa terrificante. Il passamontagna serviva a difendere in qualche modo la capacità respiratoria, gliel'hanno dato lì, non se l'è portato da casa». Alla replica dell'intervistatore che ha fatto notare come un passamontagna non serva a bloccare il fumo, Giuliani ha detto: «Sì, impedisce l'accesso alla bocca del fumo, non è proprio una maschera ma protegge».

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Marino Collacciani

22/10/2011

  • 22/10/2011 11:00
    ma la magistratura che fa?ipotesi di reato nel libercolo ce n'è a iosa. Ma l'azione penale non è obbligatoria? Forse lo è solo quando si possono inventare ipotesi di reato inesistenti nei confronti della destra.
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