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28/09/2011, 05:30
Uno su tre è disoccupato, la metà dei posti persi nell'industria è al Mezzogiorno. E il divario con il Nord continua ad aumentare.
Il Sud non è un paese per giovani. Perché non c'è lavoro, non si produce ricchezza ed è in corso un progressivo abbandono delle attività industriali. Fattori che continuano a favorire la storica emigrazione verso le zone più benestanti al Nord e che scoraggiano la creazione di nuovi nuclei familiari. L'analisi è quella dello Svimez, l'Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno, che ieri ha presentato il suo rapporto annuale. E i dati sono disarmanti perché fotografano un'Italia spaccata a metà, in cui i Governi non sono ancora riusciti ad unificare economicamente le regioni Meridionali con quelle del Nord.
Il Sud è in recessione – spiega il rapporto – continua a crescere meno del resto del Paese e ha un tasso di disoccupazione giovanile (prendendo come riferimento la fascia di età che va dai 15 ai 34 anni) del 25 per cento. In pratica uno su tre non ha un'occupazione. La colpa è anche della crisi che ha investito in questi anni tutto il mondo ma l'Italia, guardando al futuro, ha previsioni di crescita meno positive di quelle di altri Paesi. Secondo le stime realizzate dallo Svimez, quest'anno il nostro Pil dovrebbe far registrare un incremento dello 0,6 per cento, inferiore ai valori previsti dal Fondo Monetario per gli altri paesi europei: + 2,7% la Germania, + 1,7% la Francia, +0,8% la Spagna. Ma all'interno di questa crescita lo squilibrio tra «le due Italie» è inquietante: il Sud avrà un tasso di crescita dello 0,1%, il centro-nord dello 0,8%. Per le nostre Regioni meridionali si tratta del secondo anno di stagnazione, dopo il forte calo nel biennio 2008-2009. Tutte le regioni meridionali presentano valori inferiori al dato nazionale e oscillano tra un minimo del -0,1% della Calabria e un massimo del +0,5% di Basilicata e Abruzzo. Molise e Campania segnano +0,1%, la Puglia +0,3%, Sicilia e Sardegna sono ferme. «Questo processo di declino – scrive lo Svimez – potrà essere interrotto solo con una adeguata domanda privata e pubblica capace di favorire una ripresa della produzione e un aumento di posti di lavoro stabili. Il rischio altrimenti è che la perdita di tessuto produttivo diventi permanente».
Il rapporto, infatti, per quanto riguarda l'occupazione, racconta che tra il 2008 e il 2010 delle 533 mila unità lavoro perse in Italia ben 281 mila sono nel Mezzogiorno. E in questa area pesa in maniera determinante il calo fortissimo dell'occupazione industriale (-5,5%). Tra le Regioni più penalizzate la Sicilia (-8,1%), la Calabria (-6.9%) e la Campania (-6,1%). L'unica eccezione è il Molise (+3,7%) ma solo perché c'è stato un massiccio ricorso alla cassa integrazione. In calo anche i servizi (-0,4%) con la sola eccezione della Sardegna che invece cresce (+3,1%). L'unico settore in cui sale la domanda di lavoro nel Meridione è l'agricoltura (+2%), con un forte boom in Calabria e in Abruzzo, dove si registra addirittura un +10 per cento. Ma ancora più preoccupante è il fenomeno che lo Svimez definisce «tsunami demografico»: «Da un'area giovane e ricca di menti e di braccia – è scritto nel rapporto – il Mezzogiorno si trasformerà nel corso del prossimo quarantennio in un'area spopolata, anziana ed economicamente sempre più dipendente dal resto del Paese». I dati: nel 2050 gli under 30 al Sud passeranno dagli attuali 7 milioni a meno di 5, mentre nel Centro-Nord saranno sopra gli 11 milioni. La quota di over 75 sulla popolazione complessiva passerà al Sud dall'attuale 8,3% al 18,4% tra 40 anni, superando il resto dell'Italia dove si fermerà al 16,5 per cento. L'unica ricetta per fa ripartire il nostro Mezzogiorno, secondo lo Svimez, è quello di provare a realizzare «grandi infrastrutture di trasporti, per colmare i deficit infrastrutturali dello sviluppo logistico, potenziando i nodi di scambio e intermodali e le iniziative di sviluppo produttivo collegate, per sfruttare le potenzialità del Mezzogiorno nel Mediterraneo». Gli investimenti dovrebbero ammontare a 60,7 miliardi e oltre ai 18 miliardi già disponibili sarebbero necessari altri 42,3 miliardi, da dedicare al potenziamento dell'Autostrada Salerno-Reggio Calabria e della Statale «Jonica», alla realizzazione di nuove tratte interne alla Sicilia, all'estensione dell'Alta Capacità (se non dell'Alta Velocità) nel tratto ferroviario Salerno-Reggio Calabria-Palermo-Catania e il nuovo asse ferroviario Napoli-Bari, e il Ponte sullo Stretto. Inoltre Svimez invita a puntare sulla produzione di energia da fonti rinnovabili (già oggi il 98% dell'energia eolica viene prodotta nel Mezzogiorno) e sulla geotermia.
Purtroppo però, fino ad oggi, gli interventi del Governo non sono stati risolutivi. Le manovre approvate negli ultimi due anni, infatti, non hanno fatto altro che favorire ancora di più la spaccatura del nostro Paese. Secondo le stime Svimez valgono 6,4 punti di Pil per il Mezzogiorno e 4,8 punti per il Centro-Nord. Gli interventi pesano sul prodotto interno del Meridione per 1,1 punti nel 2011, 3,2 punti nel 2012 e 2,1 nel 2013. «L'impatto della drastica strategia di rientro dal debito si prospetta nei prossimi anni con un duplice differenziato carattere squilibrante – conclude lo Svimez – Si va ad incidere in modo drastico sulle risorse necessarie all'erogazione di servizi essenziali come la sanità, l'assistenza sociale, il trasporto pubblico locale e si rischia di deprimere la spesa in conto capitale».
Paolo Zappitelli
28/09/2011