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23/08/2010, 05:30
Benedetto XVI recita l’Angelus in francese e invita a fraternità universale e accoglienza: accogliere le diversità e ricordare che tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza.
Saper accogliere le diversità umane, educare i figli alla fraternità universale, ricordare - come dice il Vangelo della domenica - che tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza. Sono questi i tre punti chiave di una breve esortazione di Benedetto XVI nell'Angelus di ieri. Esortazione che il Papa fa in lingua francese. Senza fare un riferimento diretto alla politica della Francia che sta rimpatriando i rom (dall'Eliseo sottolineano che si tratta di rimpatri volontari, con contributo del governo di 300 euro per immigrato), il Papa sottolinea comunque la posizione della Santa Sede riguardo la politica francese. Sono dettagli non indifferenti, perché ogni parola corre il rischio di essere strumentalizzata e di essere piegata ad una volontà «politica» della Santa Sede, magari a favore o sfavore di un dato governo. Niente di più lontano dalle intenzioni del Pontefice. Il quale, invece, vola alto. «I testi liturgici di oggi - scandisce - ci ripetono che tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza. Contengono quindi un invito a saper accogliere le legittime diversità umane, seguendo Gesù che è venuto a riunire gli uomini di tutte le nazioni e di tutte le lingue. Cari genitori, possiate educare i vostri figli alla fraternità universale».
La linea di Benedetto XVI è rimasta ferma durante gli anni di pontificato: non punta sulla questione contingente, ma decide di guardare direttamente alla radice del problema, auspicando un'educazione alla fraternità universale. Frattanto, la diplomazia vaticana lavora alacremente proprio sul problema dell'immigrazione. Nei giorni scorsi, è stato l'arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio dei Migranti, a intervenire a Radio Vaticana sui rimpatri decisi dal governo Sarkozy in Francia. Marchetto aveva fornito un commento molto «tecnico» sulla situazione francese: sottolineava che, sì, si trattava di rimpatri volontari con un contributo del governo, ma che allo stesso tempo erano stati smantellati 51 campi illegali e che dunque gli immigrati potevano essere spinti ad accettare i rimpatri a causa di questa situazione di precarietà; e ricordava che tutto dipende «dalla valutazione della sicurezza» in base alla quale si decidono le espulsioni, regolamentate da una norma della Comunità Europea.
Anche monsignor Giancarlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes venerdì aveva puntato il dito sull'illegittimità dei rimpatri decisi dalla Francia. Non sono posizioni nuove: basta guardare indietro alle precedenti prese di posizione di Migrantes e del Pontificio Consiglio dei Migranti per accorgersi che sia sul fronte diplomatico che sul fronte pastorale italiano la Santa Sede porta avanti la linea dell'«accoglienza e integrazione». Una linea già fatta propria dal Papa in più occasioni. Pare che sia venuto proprio dal Pontificio Consiglio dei Migranti il suggerimento di rivolgere l'esortazione dell'Angelus in lingua francese, senza ulteriori riferimenti. Una cautela necessaria, specialmente in questa particolare contingenza. Il ministro dell'Interno Maroni si era riferito a Sarkozy per la politica migratoria del governo, e il commento di monsignor Perego (presidente di un organismo che dipende dalla Cei, ma non è la Cei) è stato considerato indicativo della posizione dei vescovi italiani. Così come un'intervista a Edoardo Patriarca, segretario delle Settimane Sociali della Cei, era stata fatta passare come l'opinione della Cei. Mistificazioni che non sembrano casuali, alla luce delle parole di un operatore della comunicazione di area cattolica che tempo fa lamentava che «la Chiesa doveva farsi carico di un cambiamento» di fronte alla «deriva morale della situazione italiana».
Più che dall'esterno, il problema delle strumentalizzazioni viene dall'interno. E c'è qualcuno che si chiede come mai Migrantes non venga interpellata, ad esempio, per un parere sulla politica migratoria di José Luis Zapatero in Spagna, che non ha certo usato modi teneri nelle exclaves spagnole di Ceuta e Melilla.
Andrea Gagliarducci
23/08/2010