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19/07/2010, 05:30
Il popolare giornalista si è spento all'età di 73 anni. Fu redattore a "Il Tempo" prima di passare alla Rai. Inviato di guerra e autore di trasmissioni di approfondimento.
Era un grande giocatore di ping pong. Ricordo interminabili partite al Sertorelli, al Passo dello Stelvio, durante la settimana di sci estivo dei giornalisti. Ora, dall'altra parte del tavolo Mino Damato non può più rispondere né servire: è morto. Se n'è andato in silenzio, oltre la rete, anche quella on line della quale non sapeva che farsene. Lui era giornalista di razza e andava rigorosamente sul posto: non aveva bisogno di wikipedia, la sua era un'enciclopedia incorporata nelle idee che portava sempre con sé. Per una volta ha contravvenuto alla regola fondamentale del mestiere che amava: la tempestività. Infatti, il suo decesso è avvenuto venerdì, all'età di 73 anni, ma solo ieri la famiglia ne ha dato notizia. Forse per una scelta convenuta, prima di dettare il suo ultimo, muto, pezzo: un lungo ricordo zeppo di notizie e di sfide.
Un arco professionale completo, il suo: dalla formazione nella carta stampata - fu, come vedremo, redattore de «Il Tempo» - all'impegno da inviato di guerra e alla conduzione di popolari programmi in tv. Nel mezzo, una delle sue più apprezzate battaglie: la lotta contro l'Aids con l'adozione di una bambina romena, morta nel 1996, e la fondazione di una onlus per l'assistenza ai piccoli abbandonati e ammalati. Il suo nome di battesimo era Erasmo e la sua città d'origine, Napoli, una fucina in perenne ebollizione, ricca di storie da raccontare. Ma lui fu un antesignano: ben presto, come vedremo, non si limitò all'esposizione della notizia tout court, ma con reportage e inchieste puntò sull'approfondimento. Con la precisa volontà di colpire nel centro della notizia, ancor prima di stupire. E per farlo non ebbe così né voglia né tempo per scaldare le poltrone, onde poi poterne occupare una di comando. Un po' come fece fino al giorno della sua morte (nel 1536) un suo omonimo che veniva da Rotterdam: come lui, quell'Erasmo rifiutò incarichi prestigiosi e redditizi preferendo una sorta di incertezza e quanto gli fruttasse un'indipendenza praticamente assoluta.
Aveva 28 anni, nel 1965, quando Mino Damato divenne giornalista professionista. Cominciò a lavorare nel nostro giornale, ma nel 1968 statenò un parapiglia per un articolo a sua firma pubblicato su un settimanale: nel servizio il 31enne Damato definiva la Fiat 500 una «tomba». Immediate le reazioni della casa torinese, al punto che il fondatore de Il Tempo, Renato Angiolillo, fu costretto a licenziarlo. Non prima, però, con l'animo nobile del napoletano - e in quel caso di conterraneo - di far riparare Mino alla Rai. Lì divenne uno dei giornalisti di punta del Tg1, realizzando reportage dalle zone di guerra, fra cui la Cambogia, il Vietnam, l'Afghanistan da dove tenne, durante l'invasione sovietica, la prima diretta. In quel periodo, e nei successivi anni Ottanta, era stato autore e conduttore di programmi televisivi come «Avventura», «Racconta la tua storia», «In viaggio tra le stelle» (che aprì la strada alla divulgazione scientifica dell'astronomia e dell'astrofisica) e «Tam Tam». Però, decisivo per la sua cariera di anchorman, fu nel 1983 l'approfondimento quotidiano di «Italia sera», condotto in collaborazione con Enrica Bonaccorti cui seguì la «Domenica in» del 1985-86 con Elisabetta Gardini, Gina Lollobrigida e il trio Lopez-Marchesini-Solenghi: nell'edizione di quel programma, Damato diede al varietà un'impronta più culturale e giornalistica, un taglio innovativo da approfondimento. Impossibile non ricordare in quel contesto la sua camminata sui carboni ardenti, che ispirò la parodia di Ezio Greggio «Mino D'Amianto» e una camminata di Beppe Grillo su una pizza calda.
Nel 1987 sono stati approfondimento, cultura, ricerca e mistero gli ingredienti di «Esplorando» e, successivamente, di «Alla ricerca dell'Arca», premiata con tre Telegatti. Programmi che hanno ispirato trasmissioni simili su Telemontecarlo, fra i quali «I.T» (Incontri Televisivi) dove scoppiò la polemica per la messa in onda di una finta esecuzione sulla sedia elettrica di un condannato a morte. Si ricordano su Tmc anche i suoi Speciali Tg, alcuni ideati e condotti con Antonio Lubrano. Nel 1995 Damato era tornato alla Rai con «Sognando Sognando», programma poco fortunato sui sogni degli italiani, in prima serata su Raiuno, cui seguì, nel 1997 su Raitre, «Gran Tour». Nella seconda metà degli anni Novanta era stato sovente ospite del Maurizio Costanzo show. Poi, aveva lasciato il piccolo schermo per cominciare una nuova sfida nel campo del volontariato e della solidarietà: nel 1995 creò l'Associazione Bambini in Emergenza, adottando una bambina romena malata di Aids (morta nel 1996) e promuovendo la legge per il Garante dell'Infanzia nel Lazio.
Nel 1995 aveva cavalcato anche la scena politica: si era candidato alle Elezioni europee nelle liste di Alleanza Nazionale nel collegio Centro, risultando primo dei non eletti. Nel 2000 era stato eletto nel consiglio regionale del Lazio sempre per An. Un anno dopo era uscito dal gruppo consiliare e si era iscritto al gruppo misto di cui era diventato capogruppo. Un Premio della critica radiotelevisiva come migliore conduttore, ma tra i numerosi riconoscimenti quello che diede maggiore soddisfazione a Mino Damato fu il Premio Motta per una diretta di sei ore dedicata all'Aids. Ciao Mino, hai giocato la tua partita alla grande sino alla fine.
Marino Collacciani
19/07/2010