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10/03/2010, 08:57

Notizie - Interni Esteri

E' affogata la verità

Una pietra legata al collo e una caviglia legata a un albero: Pietrino Vanacore si è ucciso in mare. Il portiere doveva testimoniare al processo sul delitto di via Poma: la giustizia forse non verrà mai a galla.

La giustizia forse non verrà mai a galla. È affogata la verità. Quello di via Poma è destinato a restare uno dei grandi misteri della cronaca italiana. Un intreccio di vite che si rincorrono, un romanzo nero lungo vent’anni su cui non è stata scritta ancora la parola «fine». Quando è arrivata in redazione la notizia del suicidio di Pietrino Vanacore, un brivido mi ha percorso la schiena. Perché i protagonisti di questa storia maledetta sono sempre stati solo due: Simonetta e Pietrino. Gli altri erano e restano comparse. Anche se il prossimo capitolo dovesse darci la sorpresa di un colpevole del delitto. Perché la segretaria e il portiere sono diventati la metafora dell’esistenza spezzata, la strage dell’innocenza e il sospetto della conoscenza. La terribile ombra di un segreto profondo e inconfessabile.

Vanacore tra qualche giorno avrebbe dovuto comparire in tribunale. Ha portato sulle sue spalle un macigno. E alla fine ha lasciato che questo peso sovrumano lo trascinasse in fondo al mare. Che cosa l’ha spinto a farla finita? L’assurdo ingranaggio della giustizia? Un senso di colpa mai espiata? Una inconfessabile verità? Perché Simonetta è stata uccisa? Quale mano le ha strappato la vita? Nessuno di noi ha la risposta. È questo senso di irrisolto, di precario e di angoscia che fa ardere ancora una storia dove ride solo la Grande Mietitrice.

Il plot narrativo del caso di via Poma è da manuale del giallo, non lascia scampo, avvince, tormenta. Ma a differenza della fiction qui non c’è soluzione, non c’è lieto fine, non c’è il buono che cancella il cattivo, la verità che sconfigge la menzogna, la giustizia che trionfa sul torto. A via Poma la morte ha gettato le carte sul tavolo. E alla fine perdono tutti.


 

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Mario Sechi

10/03/2010

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