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10/03/2010, 05:30

Notizie - Interni Esteri

il delitto di via Poma

I misteri di Vanacore

Pietrino Vanacore si suicida in mare. L'abbaglio degli inquirenti: occhi di ghiaccio, restio a parlare. L'identikit del portiere clazò subito con lo stereotipo dell'assassino.

Pietro Vanacore, il portiere dello stabile di via Poma Chi se non lui? Lombrosianamente era l'assasino perfetto: occhi di ghiaccio, bocca cucita, restio a parlare anche quando le domande riguardavano argomenti futili, la routine del suo lavoro di portiere, i suoi movimenti in quel maledetto martedì del 1990. Ecco, sì, il portiere. Un ruolo anche questo, come quello ancora più classico dei «gialli» economici del maggiordomo, che calzava a pennello con l'identikit del colpevole. Il massacratore, il «mostro», il carnefice di Simonetta. Questo devono aver pensato gli investigatori che, in una fase ancora «primitiva» delle indagini scientifiche e all'indomani dell'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale che dava al magistrato il compito inedito di coordinamento delle indagini, si erano imbattuti nell'ombroso custode del palazzo in via Poma 2, rione Prati.

Era l'agosto di vent'anni fa. Pietro, detto «Pietrino», Vanacore, pugliese, allora cinquattottenne, una moglie, Giuseppa De Luca, che sembrava la sua fotocopia dal punto di vista della riservatezza e della scarsa loquacità, due figli già grandi, finì subito negli ingranaggi micidiali dell'inchiesta. E ne venne stritolato. Prima come presunto omicida, poi come favoreggiatore. L'ipotesi investigativa, presto trasformata in tesi, era basata su un dato che all'epoca sembrava certo, anche se ora non lo è più: l'assassino di Simonetta Cesaroni aveva pulito il luogo del delitto, aveva asportato parte del sangue che la poveretta doveva aver perso in seguito alle ventinove coltellate sferrate in vari punti del corpo.

Ergo, voleva far sparire il cadavere, ma non aveva fatto in tempo per l'arrivo della sorella della vittima. Ergo, doveva essere qualcuno del posto. Qualcuno che aveva interesse a distogliere l'attenzione dal condominio del quartiere umbertino. Lui professò da subito la sua innocenza. Ma come credergli? Qual è il colpevole che ammette le sue colpe? In base alle testimonianze raccolte dalla polizia, emerse che Vanacore non era con gli altri portieri nel cortile tra le 17.30 alle 18.30 di quel giorno, cioè nel lasso di tempo in cui si credeva che fosse avvenuto il fatto. Oggi quell'orario è stato anticipato di sessanta minuti. Non solo. C'era uno scontrino «sospetto»: alle 17,25 Pietrino aveva comprato un frullino dal ferramenta.

Inoltre si apprese che, alle 22.30, Vanacore era salito nell'appartamento dell'anziano architetto Cesare Valle, sopra l'ufficio degli Alberghi della Gioventù dove Simona stava lavorando prima di venire uccisa. Valle, però, dichiarò che il portiere era arrivato a casa sua alle 23. Mezz'ora di buco nell'alibi che convinse gli inquirenti a puntare l'indice contro di lui. Come se non bastasse, su un paio di suoi calzoni furono trovate macchie di sangue. Nella scala B quel pomeriggio c'erano solo due persone, Cesare Valle e Simonetta Cesaroni. Nessun estraneo era stato visto entrare. Non basta. «È fatta», pensano gli investigatori. Il caso è risolto. Vanacore viene arrestato e resta 26 giorni in carcere. Poi il castello accusatorio si sgretola pezzo per pezzo. Le tracce di sangue sui pantaloni sono del portiere, che ha problemi di emorroidi. E poi chi ha pulito la stanza del delitto si deve essere sporcato i vestiti. Invece Vanacore ha indossato gli stessi abiti per tre giorni di fila, dal 6 all'8 agosto, e su quegli indumenti non ci sono tracce ematiche.

La polizia però non cede, non cambia obiettivo, insiste. Ma il «detective in provetta», l'analisi del Dna, sul sangue prelevato dalla maniglia della porta della camera dove è stata trovata la vittima lo scagionano ancora una volta. Eppure non è finita. Durante un interrogatorio del 2004 Vanacore ribadisce al maresciallo dei Carabinieri: «Non avevo sospetti su nessuno, se non dal primo momento lo avrei detto, altrimenti non ci saremmo distrutti così. Simonetta Cesaroni? Non la conoscevamo».

Il 26 maggio 2009 si ha notizia di una nuova archiviazione d'indagine a carico di Pietrino: i pm che hanno ereditato l'inchiesta, infatti, avevano supposto che qualcuno si era introdotto nell'appartamento di via Poma dopo l'omicidio, inquinando inconsapevolmente la scena del crimine. Perciò avevano aperto un nuovo fascicolo sul portiere e, il 20 ottobre 2008, avevano disposto una perquisizione domiciliare nella sua casa di Monacizzo, in provincia di Taranto. Un controllo che non aveva dato alcun risultato. Vanacore, che si era rifugiato in quella casetta bassa, bianca e piccola vicino al mare del golfo, aveva tirato l'ennesimo respiro di sollievo. Era tormentato da quella che considerava una «persecuzione» giudiziario-mediologica, aveva dovuto abbandonare il portierato nella Capitale e, probabilmente, si sentiva un esiliato nella sua stessa terra. Anche lì i giornalisti non lo avevano lasciato in pace.

Ogni volta che spuntava qualche elemento «nuovo» nell'interminabile vicenda del delitto rimasto insoluto per un ventennio ma ricco di colpi di scena, tiravano in ballo il suo nome, le discrepanze nelle sue dichiarazioni, l'atteggiamento apparentemente non collaborativo e chiuso, brusco, scostante di quest'uomo semplice, rozzo e ignorante. Anche se, certo, non per questo incolpabile di un omicidio senza prove. «Quanto ho dovuto soffrire. Messo alla gogna da voi giornalisti. Sempre piazzati davanti al portone, sempre lì a chiedere - si lamentò nel 2000 con un cronista che l'aveva scovato nel suo rifugio - La stampa e l a tv sono stati implacabili con la mia famiglia».

Forse, tuttavia, dopo l'ennesima archiviazione, Pietrino ha pensato che l'odissea era conclusa. Che finalmente l'avrebbero lasciato tranquillo nella casetta a un piano, con la sua Peppa. Non era così. I pubblici ministeri che in queste settimane stanno processando nell'aula-bunker di Rebibbia l'ex fidanzato di Simona, Raniero Busco, l'avevano convocato insieme con la moglie per testimoniare il 12 marzo. Doveva riferire di quel martedì. E dei giorni seguenti. Doveva chiarire alcuni punti rimasti oscuri, come per esempio la scomparsa della sua agenda, infilata per errore dalla polizia nella borsetta della vittima e riconsegnata alla sorella, Paola Cesaroni. Anche se ormai non era più processabile per quel delitto e nessuno voleva e poteva sbatterlo sul banco degli imputati. E allora? Perché preoccuparsi? E, soprattutto, perché togliersi la vita? «Ero stato a casa di Pierino non più di un mese fa e mi era sembrato assolutamente tranquillo, per niente preoccupato», ha dichiarato ieri il sindaco di Torricella, Giuseppe Turco, medico e molto amico dell'ex portiere di via Poma. Impossibile dare una risposta certa a queste domande.

Le ipotesi si rincorrono. Non aveva ucciso ma sapeva chi lo ha fatto, dice qualcuno. Aveva paura perché non sarebbe stato in grado di rispondere alle domande dei pm, pensa qualcun altro. È stato, azzardano altri ancora. La verità potrebbe essere più semplice e meno misteriosa. A 78 anni, prigioniero di un ruolo che non aveva scelto ma che gli avevano cucito addosso, Pietrino potrebbe aver scelto di spezzare per sempre il legame lacerante con l'inchiesta e con il delitto. E di farlo nell'unico modo veramente definitivo: la sua morte.

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Maurizio Gallo

10/03/2010

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