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Alla fine del riquadro di spiegazione ne sarà proposta anche la traduzione in inglese, ripresa dal lemmario Italiano-Inglese del Ragazzini 2010.

09/02/2010, 05:20
Le rivelazioni al processo Mori. Per Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, Forza Italia fu il frutto della trattativa Stato-mafia.
Sono messi proprio male i magistrati e gli annessi e connessi che vorrebbero riscrivere la storia di Forza Italia e, più in generale, degli ultimi diciotto anni con i ricordi, diciamo così, di Massimo Ciancimino. Viene quasi voglia di rimpiangere i tempi pur amari di Giancarlo Caselli, il capo della Procura di Palermo che, pensando di poter attribuire la carriera politica di Giulio Andreotti alla mafia, decise di associare alle indagini contro di lui le ricerche e la memoria di Giorgio Galli. Che era ancora in quegli anni un professore universitario di storia delle dottrine politiche, attratto anche dall'esoterismo, da cui finiva spesso per farsi prendere la mano nella rappresentazione della politica italiana, anche a costo di contraddirsi clamorosamente. Come gli capitò di fare proprio a proposito della storia di Andreotti.
In particolare, Galli convinse Caselli che il suo imputato eccellente di mafia, sette volte presidente del Consiglio, cresciuto alla scuola politica nientemeno di Alcide De Gasperi, commise ad un certo punto l'imprudenza di espandere la propria corrente al di là della sua regione, il Lazio, per pesare di più nel partito. E si avventurò sino in Sicilia, nella cinica consapevolezza di potersi o addirittura doversi avvalere della mafia per assicurarsi quote importanti del tesseramento democristiano nell'isola.
Caselli andò appresso a quella cervellotica ricostruzione, non avendo letto evidentemente una storia della Dc precedentemente scritta proprio da Galli in cui i primi passi dell'attività politica di Andreotti venivano attribuiti alla protezione diretta del Vaticano. Era francamente difficile pensare che con quel tipo d'investitura alle spalle Andreotti potesse avere bisogno di alcune decine di migliaia di tessere democristiane in Sicilia per scalare le vette della politica italiana ancor più di quanto non avesse già fatto da ministro, da capogruppo alla Camera e da capo del governo. Ma Caselli lo pensò con il conforto di Galli, che naturalmente non gli bastò per ottenere contro Andreotti quella chiara e piena condanna ostinatamente perseguita nelle aule giudiziarie.
I successori ed emuli di Caselli stanno cercando da qualche tempo, fra indagini archiviate e poi in qualche modo riprese più o meno sotto traccia, di mettere Silvio Berlusconi al posto di Andreotti. Ma non disponendo, almeno per ora, di un politologo o di un professore universitario di qualche notorietà o caratura, stanno coltivando come storico della seconda Repubblica il figlio dello scomparso sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Che in un'aula di tribunale, ha attribuito ieri alle confidenze ricevute dal padre, senza alcuna possibilità di conferma, la scoperta delle vere origini di Forza Italia: frutto, secondo lui, delle trattative svoltesi nel 1992, all'ombra o addirittura a cavallo di alcune stragi, fra la mafia e uno Stato alle corde. Uno Stato, peraltro, del quale Berlusconi non poteva materialmente pensare di avere o di poter prendere le redini perché la tentazione della politica gli venne solo dopo più di un anno, com'è certificato dalle cronache e possono testimoniare quanti allora lavoravano con lui, me compreso, se permette quella specie di Tacito alla siciliana scrutato nei sotterranei di non so quanti uffici giudiziari. È un prodotto ben strano della mafia questo Berlusconi, il cui governo le sta dando i colpi più duri sul piano operativo e legislativo. Ma vedrete che prima o dopo salterà qualcuno a sostenere, magari lo stesso Massimo Ciancimino in qualche nuova deposizione, che quella in corso contro la mafia da parte del governo Berlusconi è solo una manfrina, una massa di operazioni diversive, studiate e condotte per fornire un alibi al presidente del Consiglio e a chi gli terrebbe il gioco da quel lontano 1992, a cominciare naturalmente dal senatore Marcello Dell'Utri, già condannato in primo grado. Questo, d'altronde, fu anche il modo in cui si cercò di liquidare, all'epoca delle indagini e dei processi di mafia ad Andreotti, le iniziative prese contro la mafia dal suo ultimo governo con la collaborazione di un eroe dell'antimafia vera come Giovanni Falcone, chiamato tra i dirigenti al Ministero della Giustizia dal guardasigilli Claudio Martelli.
Il caso ha voluto che i nuovi capitoli della storia d'Italia raccontata in tribunale da Massimo Ciancimino siano arrivati al pubblico nei giorni in cui il primo canale televisivo della Rai ha trasmesso un'altra storia, stavolta vera: quella della «città dei matti» di Franco Basaglia. Una città della quale Massimo Ciancimino avrebbe potuto assumere, se il povero Basaglia non l'avesse forse imprudentemente abolita, la cittadinanza onoraria. Anzi, per emulare in qualche modo il padre, avrebbe potuto diventarne sindaco, con tanto di fascia tricolore al collo, magari affiancato come vice da Gioacchino Genchi, quello che non crede alla sanguinosa aggressione subita da Berlusconi a Milano il 12 dicembre scorso.
Francesco Damato
09/02/2010