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09/02/2010, 05:20
Allora i divi di Hollywood, oggi semi-vip a caccia di salotti e party. Il capolavoro di Fellini ha 50 anni, ma quel sogno ci ha lasciato in eredità l'illusione di poter vivere senza freni.
Non siamo mai riusciti a capire cosa ci dicesse. Quando la giovanissima Valeria Ciangottini urla qualcosa a Marcello, nella scena finale della "Dolce Vita", verrebbe voglia di tendere l’orecchio, di avvicinarsi a quell’innocenza, di aderirvi. Dopo l’ennesima notte brava, il reporter Mastroianni è sulla spiaggia di Passo Scuro, assieme ad altri gaudenti.
Intontiti dai bagordi, sono lì per assistere al recupero di una sorta di mostro marino. La ragazzina invita il giornalista ad andare da lei, a raggiungerla, per salvarsi in qualche modo dalla sua personale dannazione. Lui invece fa una smorfia malinconica e prosegue. Tirandosi dietro tutti noi, due o tre generazioni di un Paese che è andato assorbendo nella propria coscienza collettiva l'autocompiacimento della decadenza: senza più contentarsi del sottile veleno di un capolavoro cinematografico, mai intuendo che quella non era realtà né arte neorealista, ma fantasia onirica pervasa di una luce oscura, inquieta, liberatoria quanto si vuole, ma accesa sull'orlo di un abisso. Nel quale, quasi con voluttà, non è precipitata solo Roma, ma tutta l'Italia stracafonal delle feste svippate e sniffate. Che non riesce più neppure a ridefinire il concetto di amoralità, né trova un fondo da toccare sotto i piedi.
Secondo la storica americana Karen Pinkus, il mostro marino della pellicola è il simbolo cifrato dello scandalo Montesi, quello della ragazza trovata morta a Ostia nel 1953, e che per la prima volta legò in nodi inestricabili sesso, droga e politica. Il riferimento, transitato nell'opera di Fellini, è sopravvissuto fino ad oggi nel nostro inconscio, come l'unica vera tristissima eredità di un'epoca che il regista aveva magnificamente rivestito dei panni del sogno, del desiderio struggente di vivere oltre i limiti, del mito che denuda e ricopre ogni miseria umana.
La "dolce vita", con o senza virgolette, non esisteva nella realtà. Era l'invenzione cinematografica che rievocava un'altra invenzione, di stampo imprenditorial-giornalistico. Era già tutto finito quando, il 6 febbraio 1960, Federico fu inondato da sputi alla prima milanese del film, Mastroianni venne etichettato come "frocio e comunista" da qualche esagitato spettatore, e il Vaticano minacciò la scomunica per i cinefili cattolici che avessero ceduto alla visione di quel presunto "immondezzaio". La Hollywood sul Tevere, che aveva prosperato con i kolossal americani a Cinecittà, era in crisi. I ristoratori e i proprietari di night non sapevano più che trucco escogitare per accaparrarsi i divi a tavola. I paparazzi avevano scattato tutte le foto, e le flashate sulle nuove risse con l'attore sapevano di parodia, ed erano come sempre artefatte.
Paradossalmente ma non troppo, Fellini aveva dovuto ricostruire intere porzioni di Via Veneto al leggendario Teatro 5. Per comodità, certo, ma anche perché, al di fuori del limitato coté di osservatori privilegiati, cronisti di costume, nobilastri perditempo e sparuti nottambuli, i cittadini avevano altro da fare. Quando arrivò il momento di girare la sequenza con Mastroianni e Anouk Aimée a casa della prostituta, i romani di Tor De Schiavi non ebbero peli sulla lingua: «A Fellini, quer mucchio d'ossa de donna mannala ar Verano». Altro che la femme fatale a piedi scalzi che ha abbagliato milioni di ammiratori, da cinquant'anni a oggi. Erano gli anni del boom, ma quasi tutti andavano a letto presto, perché figurarsi se ti giocavi l'agognato posto fisso per troppe zingarate etiliche: come pagavi poi le cambiali per la Seicento e il frigo?
Ecco, Roma era serenamente estranea alle inquietudini notturne, agli spogliarelli a suon di rumba, ai coca party nelle residenze aristocratiche, alle orgette sul limitare dell'alba. Di sicuro la Ekberg era irresistibile, matronale e lussuriosa nella Fontana, e Marcello (pur infreddolito sul set al punto di indossare una muta da sub sotto lo smoking) aveva facile gioco nel dire: "ma sì, ci vengo anch'io nell'acqua, perché stiamo sbagliando tutti". Ma non era vero: sbagliava, nel caso, solo il club degli insonni e degli spostati d'alto bordo, quelli che non trovavano mai pace, come il personaggio dello scrittore Steiner, che con un colpo di pistola fa cadere il velo sulla sua imperturbata quiete familiare. E non era una questione morale, ma solo la scelta tra rimboccarsi le maniche e credere che tutto fosse a portata di mano, inferno compreso.
Mezzo secolo più tardi, il miraggio della "Dolce Vita" (che ben meritò trionfi e palmares) continua a produrre guasti. Da subito, al Nord pensarono la Capitale come infetta, corrotta e - figurarsi - ladrona. Poi, gradino dopo gradino, siamo scesi nel pozzo. Sono aumentate le dosi di coca, i trans passeggiano, qualcuna si spoglia, i paparazzi devono pur mangiare. Certo, allora almeno c'erano le leggende di Hollywood, tra decappottabili e cognac. Oggi abbiamo qualche salotto demi-monde, buffet per gole profonde e insaziabili, tatuati, depilati, rifatte, politicuzzi in cachemire, ambasciatori del poco o nulla, escortine e ricattatori. Tutti intruppati bene in vista, al centro di ogni obiettivo possibile. Non è più il tempo in cui Flaiano scrisse del marziano sbarcato a Roma, che dopo un po' non faceva più notizia e si sentiva dire dai fotografi: «E spòstate!». Magari ci fosse oggi, un marziano, in questo circo trash. Stefano Mannucci
Stefano Mannucci
09/02/2010