Gli indiani, a giusto titolo, considerano quel giorno come il loro «11/9» di New York, essendosi trattato di un gesto che ha causato una profonda ferita all'autorità e al morale del paese, facendo inoltre emergere impreparazione da parte dei servizi di informazione e ritardi ingiustificati nella capacità di reazione dei corpi speciali anti-terrorismo. Nonostante l'importante lavoro investigativo svolto nei 12 mesi trascorsi a New Delhi ma anche all'estero, sul senso profondo di quella operazione si sa ancora relativamente poco. E praticamente quasi nulla ha permesso di appurare il processo in corso contro Ajmal Amir Kassab, l'unico sopravvissuto del commando composto da una decina di pachistani che quella notte attaccarono Mumbai. Dopo molti mesi di sedute processuali, condizionate dalle tattiche dilatorie dell'imputato, i giudici sono ancora impegnati nell'audizione dei testimoni, ed una sentenza non è ancora prevista. Restano ancora vive nella memoria dell'opinione pubblica, grazie ad una diretta ininterrotta delle tv che durò 60 ore, le immagini del lussuoso Hotel Taj Mahal in fiamme, le grida della gente in fuga dagli altri luoghi attaccati, le raffiche delle armi automatiche e perfino le voci dei terroristi collegati con i loro mandanti in territorio pachistano. Le autorità indiane hanno puntato il dito contro il Pakistan, nemico di sempre, anche se esse hanno con il passare del tempo maturato la convinzione che una simile operazione non può essere stata concepita unicamente a Islamabad, ma che deve essersi avvalsa di una complessa rete di connivenze all'estero. A riprova della giustezza di questa intuizione è venuto l'annuncio da parte della magistratura italiana dell'arresto della coppia di pachistani che hanno operato finanziariamente per permettere ai terroristi in azione di utilizzare telefoni Voip funzionanti via Internet. L'inchiesta svolta a Brescia è stato il positivo risultato di indicazioni fornite dai servizi americani e pachistani in febbraio, secondo cui parte del denaro per realizzare il clamoroso attentato di Mumbai proveniva da persone installate in Italia. E come se non bastasse, il 3 ottobre scorso l'Fbi ha annunciato di avere arrestato negli Stati Uniti David Coleman Headley e Tahawwur Hussain Rana, due pachistani formatisi alla scuola ufficiali dell'esercito pachistano, e a quanto pare passati al servizio del terrorismo internazionale. È stato possibile appurare il loro legame con il movimento estremista pachistano Lashkar-e-Taiba (Let), e che era in preparazione un altro attentato in India. Gli inquirenti stanno ora verificando se Headley e Tahawwur fossero in qualche modo in relazione con i due pachistani arrestati a Brescia. Una ipotesi che confermerebbe l'impressionante ramificazione internazionale del terrorismo di origine pachistana. In particolare, Headley, secondo rivelazioni di ieri del
Times, avrebbe preso in affitto lo scorso anno un appartamento a Mumbai presentandosi all'agenzia immobiliare come un imprenditore ebreo. I vicini lo descrivono tutti come una persona educata e gentile, un perfetto vicino di casa. Secondo l'Fbi, il vero nome di Headley sarebbe Daood Gilani, 49 anni, nato in Pakistan. È sospettato di aver visitato più volte l'India tra il 2006 e il 2009, di aver aiutato i terroristi responsabili della strage lo scorso anno e di aver discusso fino al settembre di quest'anno la possibilità di nuovi attentati.
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22/11/2009