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    Alla fine del riquadro di spiegazione ne sarà proposta anche la traduzione in inglese, ripresa dal lemmario Italiano-Inglese del Ragazzini 2010.

Notizie - Interni Esteri

Gira il mondo esponendo le sue opere e ha deciso di vivere in Italia

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Ma Shay Frisch ha un punto di riferimento: Israele, dove è nato. Le sue «prese» e lampadine, che assembla, diventano protagoniste nello spazio. Il suo è un linguaggio universale basato sulla forza della luce. Frisch, l'arte avvicina i popoli? «Aiuta la società nella quale opera a "crescere". Può guardarsi in modo da far riflettere, da farsi interrogare sulla propria condizione. Può contribuire alla capacità di autocritica e autoironia. Una società che accoglie l'arte come ricchezza è predisposta a vedere i propri torti e le ragioni dell'altro». I palestinesi sono autocritici? «L'autocritica non è ben vista da larghi settori della società palestinese. Sono stato al museo di Herzliya, in Israele, a una mostra di artisti palestinesi cittadini israeliani. Gran parte dei lavori erano critici nei confronti di Israele e loro hanno dichiarato di non sentire l'appartenenza a Israele. Aspirano a una realtà che sostituisca questa nazione. Mi sento orgoglioso di un museo israeliano che presenta una mostra così. Ma mi aspettavo un cenno di riferimento alla società palestinese e questo è mancato. L'arte che non è libera diventa meno credibile». Crede giusta la politica israeliana sugli insediamenti? «La disputa sulle nuove costruzioni è solo all'interno di insediamenti già esistenti per far fronte alla naturale crescita demografica. In generale gli insediamenti sono un elemento che non favorisce una soluzione di pace e lo stato di Israele deve impedirne la costruzione di nuovi». La pace passa per Gerusalemme. Se diventasse città internazionale? «È una soluzione a cui non credo perché diffido nella credibilità e nella capacità della comunità internazionale di imporsi sulla realtà locale. Una soluzione del genere ha in serbo futuri conflitti. Sono per una città in cui i palestinesi sono cittadini di uno Stato palestinese e quelli israeliani cittadini di Israele. Vorrà dire che alcuni quartieri andranno a un futuro Stato palestinese, ma a condizione che la città resti aperta. Non la vorrei divisa con un altro Muro di Berlino». Obama porterà la pace? «Io non escludo che Obama ci riesca, anche se credo che non sia sufficiente un cambio di atteggiamento per modificare una realtà così complessa. Penso, inoltre, che la grande aspettativa creata attorno a lui possa rendere più arduo il suo compito. In questo senso il Nobel per la pace non lo facilita». L'America è ancora il miglior alleato di Israele? «Sì e lo sarà a lungo. La maggioranza degli americani crede nelle ragioni di Israele, nel suo diritto all'esistenza e nella sua importanza geopolitica quale unica isola di democrazia e libertà in mezzo a un mare di tirannia».

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03/11/2009










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