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Alla fine del riquadro di spiegazione ne sarà proposta anche la traduzione in inglese, ripresa dal lemmario Italiano-Inglese del Ragazzini 2010.

E' morta ieri sera nel penitenziario femminile di Rebibbia a Roma. La Cassazione aveva confermato la condanna all'ergastolo per l'omicidio di Biagi.
La neobrigatista Diana Blefari si è impiccata ed è morta nel carcere femminile di Rebibbia a Roma. Lo scorso 27 ottobre, la Prima sezione penale della Cassazione aveva confermato la condanna all'ergastolo poiché accusata di concorso nell'omicidio del giuslavorista Marco Biagi, avvenuto a Bologna il 19 marzo 2002. Anche la Procura della Cassazione aveva chiesto la conferma del verdetto emesso lo scorso 9 gennaio dalla Corte di assise di appello di Bologna che aveva inflitto all'imputata il carcere a vita.
Il gup del tribunale di Roma, Pierfrancesco De Angelis, lo scorso aprile, aveva disposto una perizia psichiatrica per verificare la capacità di stare in giudizio e quella di intendere e di volere della Blefari Melazzi, dopo che la terrorista aveva aggredito nel maggio dello scorso anno un agente di polizia del carcere romano di Rebibbia. L'episodio, secondo i suoi legali, sarebbe stato uno dei tanti dovuti alle particolari condizioni psicologiche in cui versava la detenuta dopo la condanna all'ergastolo a Bologna. I difensori della brigatista gli avvocati Caterina Calia e Valerio Spigarelli, avevano chiesto la consulenza affidata al professor Antonio Pizzardi, sostenendo che Blefari non fosse in grado di presenziare al processo.
Il 27 ottobre scorso, quando la Cassazione confermò la condanna all'ergastolo per Blefari, senza successo, l'avvocato Spigarelli cercò di contestare la legittimità della perizia medica eseguita nell'appello bis sostenendo che era di parte in quanto affidata ad un consulente del pm che si era già occupato del caso. Sulla morte, avvenuta in cella poco prima delle 23, è stata aperta un'inchiesta e la Procura ha disposto l'autopsia.
Arrestata il 22 dicembre 2003, come documentato dal garante dei detenuti del Lazio, Diana Blefari Melazzi era ricercata da quando venne scoperto il covo di via Montecuccoli a Roma, di cui era intestataria. Riconosciuta come «la compagna Maria» - che Cinzia Banelli indicò fra le staffette che seguirono il professor Biagi la sera dell'omicidio - alla Blefari sono stati attribuiti il noleggio del furgone usato per la preparazione dell'omicidio e la partecipazione al pedinamento del professore a Modena. Sul suo portatile fu rivenuto anche il file con la rivendicazione dell'omicidio.
Secondo quanto ricostruito la donna avrebbe tagliato le lenzuola per farne un cappio, nella sua cella in isolamento, dopo che le era stata notificata la sentenza della Cassazione che confermava la confanna. Ad aprile era stata sottoposta a perizia psichiatrica. Era stata disposta per verificare la sua capacità di stare in giudizio e quella di intendere e di volere, dopo che la terrorista aveva aggredito un agente di polizia penitenziaria. Dopo la condanna in primo e secondo grado la Suprema Corte, il 7 dicembre 2007, aveva annullato con rinvio la sentenza d'appello sottolineando vizi di motivazione sulla sua condizione psichica. L'ergastolo era stato confermato il 27 ottobre: decisione che ieri le era stata annunciata in cella, nella sezione di Rebibbia dov'era in transito dal carcere di Sollicciano (Firenze).
«Nella mia qualità di sottosegretario alla Giustizia con delega al sistema delle carceri nel 2006-2008 mi interessai dello stato di salute e di detenzione di Diana Blefari, sollecitando l'amministrazione penitenziaria a seguire con particolare attenzione una persona reclusa che, già allora, mostrava segni evidenti e reiterati di instabilità psichica». Lo ricorda Luigi Manconi, presidente di A Buon Diritto.
«Ne conseguì - prosegue Manconi - la declassificazione dal regime di 41 bis, totalmente inutile nel caso della Blefari, e l'assegnazione a un regime di alta sorveglianza, teso in particolare a scongiurare tentativi di suicidio, dei quali numerose erano state le manifestazioni. Venne previsto, infatti - aggiunge - la cosiddetta sorveglianza a vista, finalizzata appunto a prevenire forme di autolesionismo. Dunque, siamo in presenza più che di un suicidio annunciato, di un atto proclamato, dichiarato, per così dire atteso. E le decine di perizie cui la Blefari è stata sottoposta in questi anni sono lì a testimoniare di una condizione che avrebbe dovuto imporre il suo ricovero in una struttura psichiatrica protetta».
«Perchè, dunque - chiede l'ex sottosegretario - nulla è stato posto in essere per evitare che Diana Blefari trovasse una morte tanto tragica? E ciò in un circuito penitenziario dove, nel corso del 2009, già si sono registrati sessanta suicidi: se tale ritmo dovesse continuare, avremmo alla fine dell'anno il più alto numero di suicidi degli ultimi due decenni».
01/11/2009