L'elettricista Sperandio Aldeni, il 17 agosto 1979 alle ore 16 lavorava a Orsenigo, in provincia di Como, nella cabina di trasformazione da quindicimila volt per collegare l'interruttore primario alla linea dell'Enel. Improvvisamente una scarica lo investì in pieno scaraventandolo sul pavimento della cella. Pensò: «Ora muoio». Ma cominciò a gridare, a chiamare, a pregare Gesù, la Madonna e don Carlo Gnocchi perché «già mi vedevo in carrozzina per sempre come i suoi ragazzi che portavo in giro». I soccorritori, invece, lo trovarono indenne. La folgore lo aveva attraversato senza lasciare traccia. Fu il miracolo che permetterà oggi a Don Carlo Gnocchi di diventare beato dopo un processo canonico iniziato quasi venticinque anni fa e culminato nel 2002, quando Giovanni Paolo II riconobbe le virtù eroiche di Don Gnocchi. Il lungo iter si è chiuso, poi, il 17 gennaio di quest'anno quando Benedetto XVI ha riconosciuto il miracolo. In verità Don Gnocchi è stato «subito santo» per la devozione popolare. Al suo funerale (morì il 28 febbraio 1956) celebrato dal futuro Paolo VI, Giovanni Battista Montini, fu portato al microfono un suo orfanello che esclamò: «Prima ti dicevo: ciao don Carlo. Adesso ti dico: ciao, san Carlo». Seguì un'ovazione. Sono tre gli aspetti della vita di Don Gnocchi che l'agiografia ricorda sempre. Fu il cappellano che confortò gli alpini nella ritirata russa dell'inverno 43-44, fondò nel 1949 l'Opera di Don Gnocchi per gli orfani di guerra e i bambini mutilati dalle mine, la donazione delle cornee a due ragazzi non vedenti - Silvio Colagrande e Amabile Battistello quando in Italia il trapianto di organi non era disciplinato da leggi. Ci saranno circa 15 mila «penne mozze» oggi a Milano per ricordare il cappellano pietoso che prima delle battaglie faceva baciare il crocifisso e che agli alpini morenti chiudeva quegli occhi dove «c'era dolore ma anche una luce di visioni beate» come in quelli di «un bimbo che s'addormenta dolcemente». Ritornato in Italia don Gnocchi iniziò subito la sua opera per aiutare i mutilatini e gli orfani di guerra che «avevano la nudità degli uccellini caduti dal tetto per fame o per la bufera». Lo scrisse Don Gnocchi nel suo «Cristo tra gli alpini» del 1943 che Mursia ora ripubblica. Un manifesto contro gli orrori della guerra e una prodigiosa testimonianza di fede.
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25/10/2009