Ancora una volta, la causa scatenante sembra essere una separazione in corso abbinata a uno stato di depressione dell'uomo, il quale fino a poco tempo fa prestava servizio in diversi istituti penitenziari, tra i quali il carcere veneziano di Santa Maria Maggiore. Domenico Di Giglio, 47 anni, originario di Bari, verso l'una di notte ha costretto la moglie Emanuela Pettenò, 43 anni, nata a Venezia, a salire in macchina, l'ha portata in una strada isolata a Campalto (Venezia), ai margini della laguna, dove l'ha uccisa sparandole con la pistola che le aveva sottratto. Tre i figli della coppia, di 26, 21 e 17 anni. Non è stato un omicidio d'impeto, quello messo in atto dall'ex ispettore della penitenziaria: l'altra sera aveva atteso a lungo il rientro della moglie nella casa di Marghera (Venezia), dove i due ancora vivevano assieme. Si era già procurato una copia delle chiavi della cassaforte in cui la donna custodiva la propria arma di servizio e se ne è impossessato. Sono stati trovati l'uno accanto all'altra, dentro all'auto: lei già morta, lui agonizzante. Di Giglio è deceduto davanti agli agenti delle volanti giunti sul posto per l'allarme lanciato dal figlio più grande della coppia. Il giovane temendo quanto stava per succedere aveva telefonato spaventato al 113, segnalando che la madre era in compagnia del padre a bordo dell'auto di famiglia, che quest'ultimo aveva con sé la pistola della donna e che aveva minacciato di ucciderla. I timori sono stati confermati quando la sala operativa ha composto il numero di cellulare della donna, che ha confermato di trovarsi sotto la minaccia dell'arma, ma il marito ha interrotto la comunicazione, dicendo che voleva farla finita.
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28/09/2009