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Viareggio: concluso lo svuotamento delle cisterne. Messa in sicurezza la "zona rossa". Aumenta il numero delle vittime, si cercano ancora i dispersi.
La situazione dovrebbe tornare presto alla «normalità», anche se è un termine che per molti qui a Viareggio ha poco senso. Lo shock è stato grande, la paura anche. E tra la gente non si fa che ricordare le figure delle vittime o quelle dei feriti gravi, ancora in bilico fra la vita e la morte. Ieri, comunque, il comandante dei Vigili del fuoco toscani ha «promesso» che entro la mezzanotte le operazioni di svuotamento delle cisterne di gpl sarebbero terminate nell'area adiacente la stazione ferroviaria.
«Attualmente stiamo lavorando sugli ultimi due vagoni - ha detto nel pomeriggio Giuseppe Romano - da una parte stiamo completando la messa in sicurezza della penultima cisterna dall'altra abbiamo iniziato lo svuotamento dell'ultima. Concluse queste operazioni e dunque messo completamente in sicurezza tutto il treno non c'è più ragione di mantenere in piedi la cosidetta zona rossa e pertanto già da domani mattina potranno rientrare nelle loro case gran parte degli sfollati, fatti evacuare durante le operazioni di svuotamento del carico». Il sindaco Luca Lunardini ha aggiunto che «in tempi celeri avverrà la riapertura di un binario».
Quanto ai funerali non è stata ancora stabilita una data perché le salme restano a disposizione della magistratura e sono in corso ancora una serie di riconoscimenti. Intanto è salito il numero delle vittime. Verso le 13, all'ospedale Versilia, è deceduto un uomo di cui non si conosce ancora l'identità. Nella notte è morto anche Lorenzo, il bambino di due anni ricoverato nell'ospedale pediatrico Meyer di Firenze, e all'alba se n'è mandata Hinan, la piccola immigrata marocchina ricoverata al Bambino Gesù di Roma. Gli scomparsi, quindi, sono 19. Il bilancio dei feriti è di una trentina di persone, di cui 20 sarebbero in gravissime condizioni in vari ospedali della Toscana e di altre regioni.
Man mano che passano le ore, continuano ad emergere le storie personali della tragedia. Contrattempi che hanno salvato la vita, fughe repentine che sembravano portare alla salvezza e che invece l'hanno negata. E per molti, i «dispersi», i non riconosciuti, la speranza di un «miracolo» è alimentata dalla mancanza di notizie certe. Come per Andrea Falorni, 50 anni, che abitava con la moglie Maria Luisa Camassi, di un anno più giovane, in via Ponchielli. Lei è stata trovata carbonizzata, insieme con il pappagallo, sotto le macerie di casa. Di lui non si sa più nulla.
«Erano una coppia affiatata», raccontano gli amici che con loro condividevano la passione per la moto. «Stavano insieme da quando avevano 14 e 15 anni. Non avevano figli ma amavano tantissimo gli animali. Nella loro casa tenevano un vecchio cane, un gatto, un pappagallo e dei canarini». Gli amici non vogliono credere che anche Andrea sia morto, risucchiato dall'assassino liquido. «Potrebbe essere uscito per portare fuori il cane ed essere rimasto o stordito o ferito nell'esplosione. Potrebbe essere in qualche altro ospedale», spiegano. E ricordano: «I loro soprannomi sono "Pulce" per Maria Luisa e "Scarburato" per Andrea. Facevamo viaggi in moto insieme e anche delle grandi mangiate». Tra i superstiti, i «sopravvissuti», che si sono salvati per pochi attimi o per circostanze fortuite, Giampiero Rossi, un giovane che contrariamente al solito non ha trovato posteggio in via Burlamacchi, una delle due strade parallele alla ferrovia investite dalla fiammata killer.
O Francesca Petrucci, che si considera una «miracolata»: «Per evitare il traffico del lungomare ho deciso di passare da via Burlamacchi verso la stazione. In quella strada ci è morta gente, e io c'ero passata meno di cinque minuti prima». Infine, 16 giovanissimi atleti dell'«Aquila Calcio», tutti tra i 10 ed i 12 anni, ospiti con i genitori della società sportiva Esperia hanno rivissuto il dramma del terremoto. «Oh, no, anche qui», si è lasciato sfuggire uno di loro dopo la tragedia. E pensare che si trattava di un'iniziativa di solidarietà per offrire ai ragazzi un po' di «normalità».
Dall'inviato Maurizio Gallo
02/07/2009