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Iran, giovani in piazza «Ahmadi bye bye»

AntigovernativiSale il consenso per il riformista Mousavi. Il presidente: «Insultarmi è un crimine»

Antonella Vicini Finiti i confronti televisivi, in Iran le ultime parole di questa campagna elettorale sono rimaste alle piazza e alle città di provincia, battute a tappeto dagli avversari di Ahmadinejad. Mousavi e la moglie Zahra hanno raggiunto il Lorestan, nel nord ovest, supportati dall'ex presidente Khatami ad Isfahan, mentre il conservatore Mohsen Rezai si è spostato da Ahvaz, in Khuzestan, a Shiraz. Le regole elettorali impongono che da oggi cali il silenzio su questa accesa competizione, fino alla chiusura delle urne. Ieri il Consiglio dei Guardiani ha fatto appello agli osservatori elettorali di restare neutrali. Accorgimenti che non sono riusciti a mettere a tacere le voci di dissenso nei confronti dell'attuale presidente, soprattutto da parte dei giovani sostenitori di Mir Hossein Mousavi che in giro per il centro della capitale fino a notte fonda addobbati di verde urlano «Ahmadi Bye Bye» o «Morte al governo che inganna il popolo». Anche ieri, la città è rimasta bloccata, dal vecchio aeroporto Meharabad fino a Azadi Square e Enghelab Square, luoghi simbolo della Rivoluzione islamica. Ma non c'e aggressività negli atteggiamenti di chi scende in piazza a Teheran, piuttosto voglia di sfogare il malcontento trattenuto in questi quattro anni, in un momento in cui alla polizia o ai gruppi paramilitari è stato chiesto di lasciare la briglia più sciolta. Incidenti, invece, potrebbero essere avvenuti a Shiraz, ma, come spesso accade in Iran, è difficile avere notizie certe. La rivalità che nelle strade ha assunto una forma quasi carnevalesca, ha un significato ben più serio tra le alte sfere e tra gli stessi i contendenti. Le pesanti accuse di Ahmadinejad dei giorni scorsi hanno spinto, infatti, Ali Akbar Hashemi Rafsanjani (ex presidente dal 1989 al 1997 e attualmente a capo del Consiglio per i pareri di Conformità, che dirime le controversie tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani, e membro del Consiglio degli Esperti, nonchè uno degli uomini più ricchi in Iran) a scrivere, martedi, una lettera aperta all'ayatollah Ali Khamanei, chiedendogli di esprimersi in merito al quadro politico attuale, prima del voto. Rasfanjani, che insieme a Mohammad Khatami appoggia Mousavi, ha definito le affermazioni del presidente in carica «infondate e irresponsabili», richiamando alla memoria gli stessi atteggiamenti dei gruppi anti-rivoluzionari tra il 1978 e il 1979. La scelta di tirare in ballo Khamanei rappresenta un gesto dal valore politico piuttosto chiaro se si considera che il leader iraniano è uno degli sponsor, forse non troppo convinto, di Ahamdinejad e che queste elezioni vanno interpretate anche come una lotta per la spartizione del potere fra due personaggi storici nella Repubblica islamica, ai vertici del Paese sin dai tempi di Khomeini, e cioè proprio Ali Khamanei e Hashemi Rasfanjani. Ma il timore della perdita di sostegno da parte della Guida Suprema non ha convinto Ahmadinejad a moderare i toni, al punto che ieri, nel corso dell'ultimo discorso pubblico all'Università Sharif di Teheran, ha alzato nuovamente il tiro. «Nessuno ha il diritto di insultare il presidente e loro lo hanno fatto. Questo è un crimine e la punizione dovrebbe essere la prigione», ha dichiarato, senza mezzi termini, in merito alle smentite dei suoi dati relativi all'economia che gli sono fruttate non poche critiche dagli avversari e una serie di caricature per le strade che lo ritraggono come un Pinocchio che non sa far di conto.

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11/06/2009










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