Tono tenebroso. «Pronto?», domanda Paolo Cirino Pomicino. Lui, l'ex ministro del Bilancio, Franco Ambrosio lo ricorda bene. Erano amici, sì. C'era un legame profondo, tanto che Ambrosio fu spesse volte tra i finanziatori delle sue campagne elettorali. Anzi, Ambrosio - torchiato dall'allora pm Di Pietro - arrivò a definirsi il cassiere dell'esponente democristiano. Ma al di là di conti correnti, soldi e amicizia, tra i due c'era un percorso parallelo. Emergenti negli anni Ottanta, tutti e due del Sud, napoletani che provavano a sfidare l'uno la grande politica nazionale a Roma e l'altro la finanza milanese. Oggi è tutto diverso: «Non mi va di parlare. No, per piacere, non facciamo un'intervista. Non ho nulla da raccontare», spiega Pomicino. Ma un'idea su quello che è successo se la sarà fatta? «Non so dirle. Mi sembra che sia qualcosa che assomiglia molto a una rapina andata male. Ma, guardi, non le saprei dire. Non lo sentivo da tre anni. Ormai faceva il nonno a tempo pieno. E poi io negli ultimi mesi ho avuto, diciamo, molto da fare. No, non ci vedevamo più tanto spesso». D'accordo, ma chi era Franco Ambrosio? L'ex ministro torna indietro con la memoria, gli anni del craxismo, il Caf, il suo dualismo con il british Guido Carli, uno al Bilancio e l'altro al Tesoro: «Sa che cosa diceva di Ambrosio?». Chi, scusi? «Guido Carli! Diceva di Franco che era un genio. Un autentico genio». E come si conoscevano? Ambrosio era uno che navigava molto sotto traccia. «Carli era un perfetto conoscitore del nostro sistema produttivo. Lo si ricorda sempre come Governatore della Banca d'Italia ma lui fu anche presidente di Confindustria». Perché un genio? «Perché in assoluto sul trading era diventato imbattibile. Ma era anche un uomo di grandi intuizioni». Quali? «Ricordo il 1990. Venne al ministero del Mezzogiorno e propose di sottoscrivere un accordo di programma per la realizzazione di benzina dai cereali. Cioè quello che fanno oggi Polonia e Brasile. Ecco, noi l'avevamo pensato prima. Venti anni fa. Il suo era già un grande gruppo imprenditoriale che valeva 2500 miliardi». Poi arrivarono i guai con la giustizia. La magistratura cominciò ad occuparsi del finanziere napoletano più tardi, la tangentopoli milanese, Pomicino, i funzionamenti ai partiti. Ma lui, si sa, il ras della Dc napoletana non ama queste vicende. Ricorda quel gruppo imprenditoriale internazionale e internazionalizzato: «Russia, Tunisia, Algeria, Spagna, Stati Uniti. Aveva stabilimenti ovunque. Era un grande gruppo di cui il Paese poteva andare fiero. Una multinazionale». Ma come si incrociarono i destini dei due. Come si incontrarono Pomicino e Ambrosio? In realtà non era una amicizia di lunga data, come racconta l'ex ministro: «Accadde nel 1985. Io ero a Parigi, avevo fatto una coronografia e avevo tutto occluso al 99%. Dovevo essere operato d'urgenza. Ma bisognava versare 10-15 milioni subito e naturalmente non li avevo. Un amico comune glielo fece sapere, mi chiamò e mi disse che un uomo del suo stabilimento di Saint Louis era stato informato di tutto e mi avrebbe aspettato all'ospedale di Houston, potevo partire. Oh, sia chiaro. Si trattò di un prestito puntualmente restituito come sempre ho fatto nella mia vita». Lui, Pomicino, diventerà ministro. L'altro, Ambrosio, si espanderà all'estero: «Era una multinazionale del Mezzogiorno d'Italia. Oggi è così difficile pure trovare un'impresa nazionale che lavori al Sud. Era un grande amico di Ferruzzi padre». Ma i salotti milanesi lo guardarono sempre con grande diffidenza... «Era lui che guardava i salotti con diffidenza. Non gliene importava nulla. Non andò mai a bussare alla loro porta. Accadde il contrario. Una volta Agnelli mi chiese: "Ma questo Ambrosio?". È sempre successo così. I salotti buoni fanno finta di nulla, poi se vedono qualcosa di prezioso la voglio toccare». Ma Italgrani, la sua azienda fallì. «È vero ma è il primo caso in cui una società fallisce per volontà del pm e contro il parere dei creditori. Che vuole fare? E ora mi lasci perdere. Davvero non me la sento di parlare ancora».
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16/04/2009