. Firmato Gianni Giansanti. La frase scritta con amicizia quale dedica del suo libro fotografico su Jacques Villeneuve racchiude tutto lo spirito indomito di Gianni. Fotoreporter di razza. Il migliore fotografo italiano di questi ultimi vent'anni. Non c'è più. Sconfitto da un male terribile che ha combattuto con tutto se stesso. E fino all'ultimo istante ha lavorato. Il suo lavoro, quella passione immarcescibile per la fotografia. Iniziammo insieme incontrandoci su fattacci di nera e tavole rotonde politiche. Inseguivamo con i nostri motorini gli eventi. Erano gli anni Settanta e il terrorismo era sempre la notizia del giorno. Eravamo insieme, quel 9 maggio 1978, appollaiati su quella finestrella in via Caetani a scattare foto a Aldo Moro ucciso dalle Brigate Rosse, rannicchiato nella Renault rossa. Era tanto tempo fa. Gianni Giansanti ne ha fatta di strada girando il mondo a fotografare guerre, epidemie, tragedie. Ha seguito passo passo Giovanni Paolo II. In privato e nei suoi viaggi apostolici. Un rapporto che rasentava l'amicizia tanto la simpatia del Papa e l'entusiasmo di Giansanti si trovarono in sintonia. Gianni riusciva a creare una simbiosi con tutti i personaggi che ritraeva. Con Alessandro Del Piero: nel libro «Semplicemente Del Piero» il fotografo rivela un campione inedito. Con Adriano, Senna e i tanti che ha ritratto. Dotato di tecnica superlativa e di un'intuizione giornalistica eccelsa, quasi anticipava l'evento. Così fu per quel libro su Villeneuve: nessuno ci credeva. Giansanti sì. E proprio l'anno del libro Villeneuve vinse il mondiale. Le sue capacità fotografiche gli hanno valso premi in tutto il mondo ed è stato più volte insignito con il World Press Photo. Ma il valore di Giansanti fotografo è testimoniato soprattutto dal suo lavoro. Dai libri sui Papi. Da quel meraviglioso reportage fotografico e narrativo dell'«Ultima Africa». Gianni era soprattutto un «amico». Amico e generoso con tutti, quanto maniacale e perfezionista non solo nel lavoro. Spettinato sempre. Con la barba lunga per vezzo o forse solo per pigrizia. Ma lui era così. Indomabile. E anche negli ultimi giorni eccolo continuare a fotografare. Ritratti, reportage. Quelli sulla Garbatella e sulla comunità di Sant'Egidio sono stati pubblicati dal Corriere Magazine proprio ieri. Non ha fatto in tempo a vederli. Il male lo aveva aggredito tre anni fa. Durante un reportage in Nepal. Da quel giorno la sua è stata una battaglia discreta e coraggiosa. Condivisa con la sua famiglia e pochi amici. Gianni non indulgeva nel vittimismo. Tutt'altro. A gennaio ha allestito una mirabile mostra a Firenze alla Fortezza da Basso. Ha continuato a scattare fotografie e gestire il suo archivio fino all'ultimo. Lunedì una telefonata: «Ti ricordi il nome di quel funzionario di polizia davanti alla Renault di Moro?». Stava sistemando le didascalie. Poi non ce l'ha fatta più. Anna, Greta e Andrea hanno perso qualcosa di unico. Molti un amico. Tutti un uomo eccezionale.
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20/03/2009