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Paura dell'amianto dopo abbandono e demolizione

Sindrome Velodromo

È il paradigma del Paese dei cachi. Dell'Italia che non funziona. Delle grandi opere che dovrebbero restare nel tempo e che, invece, appassiscono a pochi anni dal loro trionfale sboccio. Per quattro decenni ha fatto buona compagnia a ospedali e stazioni fantasma.

Velodromo (Foto Gmt) E ora che del Velodromo olimpico è rimasto soltanto lo spettro, anche le sue polveri disperse dal vento sono motivo di polemiche, esposti alla magistratura, assemblee cittadine e proteste. Accuse e smentite, guerre a colpi di carta bollata per ora senza un vincitore ma con molti sconfitti. Infatti, dopo essere rimasta a lungo preda di quel mostro senza responsabili definiti e definibili che chiamiamo genericamente «degrado», la struttura costruita nel 1960 è stata demolita a colpi di tritolo.

Liberando nell'aria dell'Eur una nuvola che, secondo i residenti raggruppati in un comitato di zona, non è escluso fosse satura di particelle d'amianto. Secondo l'Eur SpA, proprietaria dell'area, il materiale cancerogeno era stato invece già smaltito a regola d'arte prima dell'abbattimento. Rassicurazioni che non convincono i cittadini, scesi in campo per ottenere chiarezza per quanto riguarda la salute pubblica e anche per dire «no» al progetto che prevede su quel terreno la nascita della «Città dell'acqua e del benessere».


Il Velodromo viene realizzato tra il '58 e il '59. Nel 1960 ospita le gare di ciclismo. Nel '68 il Coni lo chiude. La struttura, che non sarebbe conforme al progetto degli architetti Ligini, Ricci e Ortensi, si «muove» di 85 centimetri all'anno e non è più omologata per le gare ufficiali su pista perché sono cambiate le misure regolamentari. L'impianto sportivo comincia a diventare rifugio di sbandati e senzatetto e il 17 luglio del 2001 viene restituito dal Coni all'Eur SpA, che riceve circa 20 miliardi di lire per i danni. Nel 2003 si avvia la procedura di trasformazione urbanistica dell'area («nell'interesse pubblico») che si conclude con un Accordo di programma tra Comune e Regione approvato nel 2007. L'anno prima, la «commissione Stabili Pericolanti» aveva accertato che c'erano «intonaci, controsoffitti, infissi e pavimentazioni parzialmente crollati», dichiarando «inagibili» queste strutture «comunque frequentate». Diffidava, inoltre, la proprietà a provvedere «all'interdizione dell'area tramite un'integrazione della recinzione». Intanto, si studia il futuro del Velodromo. Ma la telenovela infinita registra, il 16 aprile 2008, la dichiarazione della Soprintendenza regionale sull'interesse culturale di alcuni residui manufatti del complesso. Situazione sbloccata il 15 luglio dello stesso anno dal Ministero dei Beni Culturali, che toglie ogni vincolo. Il 24 luglio, infine, la struttura viene fatta implodere.


Fin qui la cronaca. Per i residenti, tuttavia, le cose non sono così semplici. Loro non avrebbero voluto che il Velodromo fosse abbattuto, ma ristrutturato. Non sono certi che l'amianto presente nelle strutture sia stato smaltito prima della demolizione. Anzi, temono che si sia disperso nell'aria (e nei loro polmoni) quel maledetto pomeriggio d'estate. E ritengono che il progetto della «Aquadrome Srl», la società diventata proprietaria dell'area (51% Gruppo Condotte, 49% Eur SpA), avrà un impatto negativo sulla viabilità e sulla vivibilità del quartiere. «I veri problemi del velodromo sono stati lo spreco e il mancato utilizzo della struttura - spiega l'ingegner Roberto Ferlesh, membro del consiglio di quartiere che dal '63 vive in via della Tecnica, proprio davanti all'area della discordia - Più che pericolante, però, era pericoloso per chi entrava.

E questo per l'assenza di manutenzione. Inoltre, in base a uno studio della Sapienza, non stava crollando e si poteva e si doveva recuperare. Ma, in ogni caso, visto che c'era il dubbio sulla presenza o meno di materiali in amianto, non avrebbero dovuto usare l'esplosivo». Le critiche riguardano anche le modalità con le quali è stata informata la popolazione in merito all'abbattimento del manufatto. «In alcuni punti del quartiere è stato affisso un volantino che avvertiva dell'imminente demolizione prevista per le 18 del 23 luglio - ricorda Cristina Lattanzi, portavoce del Coordinamento cittadini e comitati per la difesa dell'Eur, che vive in viale dell'Umanesimo - Due ore prima che lo facessero esplodere, abbiamo presentato una denuncia in procura sul procedimento per arrivare alla demolizione e sulla rimozione del vincolo. La magistratura ha bloccato tutto ma il prefetto, in base alla pericolosità di mantenere la struttura minata, ha concesso di procedere». Si arriva così al 24 luglio. Senza ulteriori avvisi, dicono i residenti, alle 17,30 il Velodromo è stato fatto implodere e una nuvola bianca ha oscurato il quartiere. «Si è sentito un boato, la casa ha tremato e si è riempita di polvere - racconta Antonella Nicoletti, anche lei abitante in via della Tecnica - Io ho una figlia e nella zona transitano circa duemila studenti. Visto che la mappatura precedente alla demolizione è avvenuta solo su materiali a vista, che lo smaltimento dei materiali demoliti lo hanno eseguito uomini in tuta con la mascherina antigas sul volto e che nessuno può dire con certezza se in quella nuvola ci fossero e meno particelle di amianto, come posso vivere pensando che tra vent'anni la mia unica figlia può ammalarsi di cancro?».


Il punto, infatti, è questo. Il 13 febbraio la Usl RmC ha fatto sapere che i campioni prelevati fra le macerie non contenevano amianto, presente invece in un'area «non interessata alla demolizione». Le tubazioni venefiche - ha stabilito - devono essere rimosse «per evitare che siano danneggiate e disperse nell'ambiente durante le operazioni di scavo». Cosa che sta avvenendo, ha precisato l'azienda sanitaria, «senza rischio per la popolazione». E però la Usl ha disposto un «controllo periodico dei materiali costituenti le macerie di demolizione» in modo da «verificare l'eventuale presenza di materiali di amianto non individuati nella mappatura del 2005, perché non a vista (e quindi non rimossi), che siano stati interessati dalla demolizione». Insomma, il dubbio resta. E la paura dei residenti anche. «Abbiamo chiesto il sequestro del cantiere a scopo probatorio ma non è successo niente - spiega Cristina Lattanzi - Non facciamo allarmismo e non facciamo politica, perché la salute non è né di destra, né di sinistra». Le fa eco Antonella Nicoletti: «Vogliamo essere tranquillizzati e quindi vogliamo sapere se è stata fatta la bonifica anche dei materiali non a vista - sottolinea - I nostri sospetti non sono stati fugati. Per gli effetti sulla nostra salute, l'implosione potrebbe essere stata dannosa quanto quella delle Torri Gemelle. Solo che quelle le ha fatte crollare Bin Laden...».

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Maurizio Gallo

19/02/2009










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