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I carabinieri non si fermano, cercano altri possibili complici delle quattro belve romene tra i 20 e i 23 anni ritenute responsabili dello stupro di Guidonia.
Ieri i genitori dei due fidanzati aggrediti sono andati al Comando provinciale dei carabinieri di Roma per incontrare gli ufficiali che hanno coordinato le indagini. «Della professionalità e della sensibilità dei carabinieri eravamo certi - ha detto la madre della ragazza - ma l'affettuosa vicinanza ai nostri ragazzi da parte di tutti i carabinieri è una cosa che ci ha fatto molto piacere». Congratulazioni sono state espresse anche dal comandante interregionale dei carabinieri «Podgora», il generale Corrado Borruso.
Ieri è stata anche la giornata della diplomazia. In serata c'è stata una lunga telefonata tra i ministri degli Esteri di Italia e Romania, Franco Frattini e Cristian Diaconescu. Quest'ultimo ha espresso la sua «profonda costernazione», sua e del suo governo, e ha rinnovato la piena disponibilità di Bucarest a collaborare con le autorità italiane al fine di contrastare con decisione i fenomeni criminali di cui si rendessero responsabili, in Italia, cittadini romeni. Frattini ha detto che i romeni responsabili dello stupro di Guidonia dovrebbero «scontare la pena nel loro Paese: la Romania deve accettare questo discorso. Sarebbe vera solidarietà europea, senza puntare il dito contro nessuno».
Il fronte delle indagini è ancora aperto. I carabinieri sono a caccia della rete di ricettatori che compravano la refurtiva rapinata dalle belve e degli eventuali gregari che li appoggiavano. I militari vogliono ricostruire i rapporti tra i membri della gang: i piani, i colpi, gli affari. E per farlo, oltre alle investigazioni, puntano anche su due pedine, i «pentiti»: non sarebbe uno solo ad aver ammesso le responsabilità del gruppo, ma se ne sarebbe aggiunto un altro. Tecnicamente la loro non è definita una confessione ma una conferma della dinamica dei fatti ricostruita dai militari, cioè una ammissione di colpevolezza.
Nonostante i pentiti, gli accertamenti sulla banda vengono fatti fino in fondo. Oltre ai due fiancheggiatori arrestati, i quattro che nella notte tra giovedì e venerdi hanno teso l'agguato ai due fidanzati di 21 anni (lei) e 24 (lui) potrebbero aver goduto di altre amicizie, e neppure si esclude la probabilità che possano aver messo a segno altre rapine. Gli investigatori gliene contestano quattro. La prima il 19 gennaio, con lo stesso «modus operandi»: passamontagna in testa, rottura dei vetri dell'auto e razzia. Tre la notte del 23.
La rapina alla quale è seguita la violenza sessuale è stata l'ultima di quella terribile notte. Qualche ora prima avevano eseguito la prima. Poi la seconda, con lo stesso copione, al quale volevano aggiungere lo stupro. Lo avrebbe ammesso il primo pentito dei romeni: «Avevamo pensato di violentare la ragazza, poi ci abbiamo ripensato, in quel momento in via della Selciatella passavano diverse macchine e avrebbero potuto vederci». Superata la mezzanotte però la banda si è sentita sicura e ha agito prendendo di mira i due fidanzati vittima dell'Arancia meccanica: li aspettavano come avevano aspettato le altre due coppie.
A incastrarli sono state le impronte digitali lasciate nell'auto e le tracce biologiche. Poi l'identikit descritto dalla ragazza che ha visto in faccia l'unico dei violentatori a volto scoperto. Ma i carabinieri come hanno fatto a trovarli? Due belve romene sono nell'appartamento del primo fiancheggiatore, a Castel Madama. Sono arrivati in Italia da due settimane. Il padrone di casa fa il manovale. Loro potrebbero fare lo stesso. E all'inizio qualche ora la lavorano. Ma presto pensano alle rapine. Gli altri due, in Italia da molto più tempo, sono in due case di Tivoli, in una vive il cugino di una delle belve.
Dopo lo stupro il romeno porta in casa le scarpe da ginnastica tolte al fidanzato chiuso nel portabagli, la collana e gli occhiali da sole della ragazza. Il Nucleo investigativo di via In Selci del maggiore Lorenzo Sabatino sguinzaglia una cinquantina di uomini. Passano in rassegna i romeni presenti nella zona tra Tivoli e Guidonia. Pedinano, fanno i segugi. E scoprono i covi dei quattro. I loro telefoni cellulari sono tutti sotto controllo.
Passano le ore e la presenza per le strade dei carabinieri messi in campo dal regista delle operazioni, il comandante provinciale, il generale Vittorio Tomasone, mette ansia ai due ospitati a Castel Madama. Si agitano. «L'abbiamo fatta grossa - dicono - è meglio andarsene». E organizzano la fuga. Uno chiama in Romania, un altro telefona a un connazionale del Nord Italia. Prima di uscire dal rifugio: «Nasconditi, non farti vedere alla finestra...». E una volta in auto: Via, via, fuggiamo prima a Padova, poi più su».
Fabio Di Chio
29/01/2009