Padre Pizzaballa, è a conoscenza di situazioni particolarmente gravi?
«Vi sono forti problemi di comunicazione dovuti alle operazioni belliche: nonostante ciò, riesco ad essere in contatto abbastanza costante con il parroco di Gaza Padre Manuel Musallem, il quale ha la responsabilità di guidare la parte cattolica dei fedeli cristiani. Ad ora fortunatamente non mi ha segnalato vittime, ma mi ha parlato del caso di una ragazza di nome Cristina che è in seria difficoltà per una ferita riportata negli scorsi giorni. La stanno curando, ma il nostro impegno di solidarietà è molto arduo. A quanto ho appreso, anche tra gli ortodossi naturalmente non mancano i timori e i disagi, ma non si registrano caduti».
Come vi state adoperando per sostenere i fedeli in queste ore drammatiche?
«Cerchiamo di fare di tutto, sia dal punto di vista materiale che spirituale. Tentiamo di occuparci di cose concrete, per quanto piccole, offrendo ad esempio protezione, soccorso, rifugio. Ma il fatto importante, per me, è che la vita religiosa della comunità prosegua senza interruzioni: proprio in uno stato di guerra il conforto spirituale non deve mai mancare, perché dona la speranza che tutto questo possa presto finire».
I cristiani di Gaza vivono questa speranza come una possibilità reale?
«Mi rendo conto che parlare di pace e di fiducia nel futuro in un momento come questo può sembrare retorico, ma io sono un uomo di fede e non un politico. Sono qui da quattro anni e mezzo, e purtroppo non è certo la prima volta che assistiamo a recrudescenze di violenza di fronte alle quali talvolta ci sentiamo tragicamente impotenti. Tuttavia abbiamo imparato che la speranza non è un'astrazione, ma qualcosa di reale che aiuta davvero a costruire la pace».
La guerra è arrivata proprio nei giorni più solenni per i cattolici di tutto il mondo.
«Sì, e noi abbiamo cercato di tenerlo sempre a mente. Io sto regolarmente celebrando l'Epifania e la sua vigilia, con le normali liturgie e i vespri. La nostra condizione è evidentemente simile a quella di tutti gli uomini e le donne coinvolti in questo conflitto, però noi, da cristiani, abbiamo la possibilità e il dovere di ancorarci alla nostra fede, malgrado la pena che avvertiamo nel cuore sia enorme».
Quando prevede di ritornare in Italia?
«Credo tra circa un mese. Spero vivamente che in queste settimane la politica e la diplomazia impieghino tutte le risorse a disposizione per mettere fine all'emergenza di guerra e umanitaria. Come ha detto il Santo Padre, l'odio e la violenza distruttrice devono cessare di insanguinare questa regione della terra».
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07/01/2009