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Sabri Ateyeh, rappresentante dell'Autorità palestinese a Roma

"Viviamo sotto occupazione. Sì a una forza internazionale"

Nel suo ufficio che affaccia sulla basilica di San Giovanni in Laterano segue in diretta sul web le notizie che arrivano dalla Palestina.

Sbari Ateyah, ambasciatore dell'Autorità palestinese presso il governo italiano cela la preoccupazione per il suo popolo fumando una sigaretta dietro l'altra.


Ambasciatore come vede la situazione in Palestina?


«È l'ultima puntata di una storia che va avanti da 40 anni: il complotto contro il popolo palestinese. Ogni tre, quattro anni Israele distrugge le strutture palestinesi. E questa è solo l'ultima aggressione che va condannata dal punto di vista politico e morale».


Israele risponde che è la reazione al lancio dei razzi che partono da Gaza contro la popolazione civile.


«La campagna mediatica contro Hamas è falsa. Due mesi fa sono iniziate le aggressioni dei coloni israeliani contro i civili palestinesi in Cisgiordania a Hebron, Jenin. Ho parlato con diversi politici italiani e gli ho detto che in piena campagna elettorale israeliana avrebbero fatto una qualche avventura militare».


Hanno attaccato Hamas ma hanno lasciato aperto il dialogo con l'Anp...


«Quando Israele si è ritirata da Gaza lo ha fatto unilateralmente lasciando una grande tensione. Hanno assediato la Striscia di Gaza da terra, cielo e mare. Non era una vera ritirata. Cisgiordania e Gaza sono un'unica entità geografica come territorio palestinese. Israele come territorio occupato. Olmert ha detto che Israele in 40 anni ha sempre cercato pretesti per non raggiungere una soluzione. Arafat era uomo di pace che aveva firmato una soluzione pacifica e negoziata. Lui e Rabin hanno avuto il Premio Nobel per la Pace. Poi Arafat è diventato irrilevante. Israele voleva un interlocutore più moderato. Nel frattempo però i checkpoint sono passati da 250 al tempo di Arafat ai 550 con il presidente Abu Mazen, riconosciuto da tutto il mondo come leader ben accetto. Posti di blocco, insediamenti dei coloni e muro di difesa: tutto contro il popolo palestinese. Se Israele volesse la pace non costruirebbe più colonie nei territori palestinesi. Non creerebbe continue difficoltà al popolo palestinese».


Da quando però c'è il Muro sono diminuiti gli attacchi dei kamikaze...


«Le decisioni che rimandano la pace portano alla frustazione e agli atti violenti di chi sta sotto l'occupazione. Noi abbbiamo sempre condannato tutti gli atti di violenza. Mi rifaccio alle parole che il Papa ha pronunciato ieri: non c'è soluzione militare».


Quali sono i vostri rapporti con Hamas?


«Hamas è un problema interno palestinese. Esiste un dialogo dentro la casa dei palestinesi che speriamo di risolvere. Il problema vero oggi è l'occupazione israeliana».


Molte risoluzioni dell'Onu non sono state rispettate da Israele. Secondo voi la comunità internazionale ha fatto abbastanza per trovare una soluzione alla questione israelo-palestinese?


«In parte gli Stati Uniti, in parte l'Europa sono stati tiepidi nel far rispettare le decisioni. Abu Mazen parlerà al Consiglio di sicurezza domani (oggi ndr) e speriamo che tutti i membri adottino una risoluzione che obblighi Israele a fermare il genocidio. Importante ora è non lasciare il popolo palestinese sotto le bombe e mettere in campo modi e mezzi per riuscire in questo».


Siete disponibili alla presenza di una forza di interposizione internazionale?


«È necessaria una struttura che verifichi il rispetto delle decisioni dell'Onu. Abbiamo bisogno di una garanzia internazionale».


Israele dice: finchè c'è Hamas non ci sentiamo sicuri...


«Non è Hamas il problema. Non c'è volontà isrealiana di arrivare alla pace. Per non cedere territorio. Altrimenti perché costruisce il muro in territorio palestinese? Lo faccia sulla sua terra. Questi atteggiamenti non trasmettono l'idea di pace».


L'Italia sta facendo abbastanza?


«Speriamo che l'Italia con la sua presenza in ambito dell'Unione europea e nella politica internazionale con la partecipazione anche a Unifil possa giocare un ruolo importante. Multilaterale e bilaterale. L'Italia è un Paese mediterraneo e conosce l'importanza della stabilità nella regione. È amica di Israele e ha molta credibilità nel mondo arabo. In questi giorni sono in contatto quotidiano con la Farnesina. L'impegno è fermare l'azione bellica, terminare il blocco a Gaza e aprire la frontiera con l'Egitto».


Confidate nella presidenza Obama?


«Speriamo. Il presidente degli Stati Uniti non deve pensare alle prossime elezioni e alle lobby che possono sostenerlo. La vita di un popolo è più importante. Merita più serietà e attenzione. Dopo Annapolis è triplicato il numero dei coloni in Cisgiordania. I palestinesi vogliono vivere sulla loro terra in pace. Ma questa terra è sempre occupata. Dobbiamo temere la radicalizzazione. Nel mondo islamico ma anche tra gli isrealiani. Il genocidio di oggi è un segnale preoccupante. Alimenta l'estremismo. Tutti dobbiamo accettare l'idea di pace».


E lei cosa spera?


«Sono convinto della possibilità di pace. Con due stati e due popoli. Liberi entrambi».

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Maurizio Piccirilli

06/01/2009










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