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Gli interessi di un conflitto combattuto a tratti

Una guerra «vera» contro il business

Se il marziano di Flaiano tornasse oggi, la prima osservazione la rivolgerebbe agli oltre sessant'anni di guerra infinita tra palestinesi ed israeliani. Di primo acchito, Kunt direbbe che si tratta di due popoli semiti, entrambi incapaci di intendere e di volere, non essendo plausibile che persone dotate di razionalità, in dodici lustri, non abbiano potuto individuare uno straccio di percorso armistiziale.


Soltanto due cretini totali, pur avendo avuto tanto tempo, potevano non arrivare ad un compromesso, come sicuro prodromo di pacificazione.
Una guerra tra scemi semiti, dunque?
No, purtroppo, no.
Kunt, il marziano di Flaiano, reso edotto della quantità spropositata di premi Nobel assegnati agli israeliti nel secolo XX, nonché delle grandi potenzialità intellettuali, espresse e non, dei palestinesi, dopo aver obbiettato che i Nobel, a volte, sono stati incautamente conferiti anche ai passanti di poco conto o impresentabili, tipo Al Gore o l'ex repubblichino Dario Fo; dopo aver anche notato che Arafat, più che intelligente, si rivelò grande insuperabile paraculo (vedi i conti correnti esteri gonfi di dollari), alla fine, Kunt si convincerebbe che il parametro delle pari opportunità di idiozia radicata non regge come spiegazione della pace che non c'è e che neppure s'intravvede in quella disgraziata striscia del mondo.
Il nostro extraterrestre, allora, studiando attentamente l'itinerario del truffatore Bernard Madoff e degli altri efferati banditi di Wall Street, capisce finalmente che la guerra infinita tra semiti è, forse, soprattutto un grande business, un affarone per Israele, per Hamas e per l'autorità nazionale palestinese.
Razzi di qua, raid aerei di là, e i soldi piovono da tutte le parti ad aiutare gli uni o gli altri. Un tanto a morto, un tanto a invalido permanente. Un giorno, forse, come per Arafat, verranno fuori i conti correnti svizzeri e francesi di Abu Mazen, visto che tutto il mare di dollari e di euro stanziati per la gente palestinese, disgraziata sì, ma trattata da popolo bue, finisce da sempre altrove. Non hanno neppure un ospedale e il terrorista palestinese in fin di vita può scamparla, se finisce in una clinica israeliana. Di quanto sia specchiato Olmert più di Abu Mazen, tanto per par condicio, inutile aggiungere altro, visto che la giustizia di Sion ha già disvelato anche troppo sull'«onestà» del premier.
Kunt, conoscendo ed analizzando questo mondo di ladri e paraculi, ha capito che la guerra anche per i dirigenti israeliani - per loro, non per gli ebrei che ci credono e che hanno scommesso anima, pelle ed averi sul sionismo - è un grande giuderdone, così come lo è per la Casa Bianca, per l'Onu, per l'Unione europea, comitati d'affari che seguitano ad invocare tregue ed a stanziare soldi per Gaza, senza nemmeno chiedersi dove finiscono quei denari, tanto per loro il ritorno c'è comunque.
Dopo i primi cento morti e i primi mille feriti, c'è chi chiede la tregua umanitaria. Ebbene, secondo la scuola di pensiero dei marziani a Roma, si tratta di gente sicuramente in malafede, perché questa guerra, se non si consente che alla fine qualcuno la vinca, imponendo la sua dura pace, durerà, a mo' di stillicidio, ancora per dieci generazioni.
Che Israele, dunque, abbia il coraggio e il cinismo di stravincere, senza indugiare per speculare, approfittando della prodigalità dei treguafondai, cancellando dalla faccia della Terra Hamas. E Hamas dimostri la sua capacità di affrontare, se serve, il rischio dell'annientamento nello scontro finale, rinunciando ai soldi dell'Europa antigiudaica. Solo dopo questo passaggio di guerra totale, potrà arrivare la pace.
Il lieto fine proverrà da Marte, non da Mercurio. Altrimenti, i figli ed i figli dei nostri figli continueranno a vedere l'orrore dei civili feriti ed ammazzati in nome di un grande interminabile business di guerra guerreggiata a tratti, quel che basta per arricchirsi.

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04/01/2009










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