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La storia di Romolo Efrati, romano, da 12 anni al confine con Gaza

«Io, ebreo salvato dalla deportazione dormo sotto le bombe di Ashkelon»

Fabio Perugia
f.perugia@iltempo.it
Roma, marzo 1944. «Eravamo scampati per miracolo alla deportazione di ottobre. Ci nascondevamo, erano mesi che si viveva così. Che si dormiva dietro i portoni. Non eravamo gli unici ebrei che dovevano farlo.

Io ero piccolo, appena sette anni. Spesso sentivo la sirena, era la guerra. I nazisti alla fine ci trovarono. Io e mio padre finimmo a Regina Coeli. Lui era un importante pugile, aveva vinto molti incontri anche a livello mondiale. Si chiamava Leone Efrati, morì in un campo di concentramento nazista. Ad Auschwitz».
Romolo Efrati, quel giorno, il giorno del viaggio di sola andata per la Polonia, riuscì a salvarsi. «Ero sul camion. Stava per partire per Bologna, dove un treno era in attesa di deportarci nel campo di sterminio. Mi ricordo una voce che disse: "Ma che ce sta a fa' sto ragazzino su sto camion. Buttatelo de sotto". Così fecero. E mi salvai».
Ashkelon, a trenta chilometri dal conflitto, oggi. «È un continuo! È un continuo! Siamo stanchi, non ce la facciamo più». Romolo Efrati parla dal telefono di casa, in Israele. Vive qui da dodici anni con la sua famiglia: una moglie e cinque figli di cui solo uno è rimasto a Roma. «Tutti i giorni piovono bombe, purtroppo ormai ci siamo abituati. Mi sono salvato dalla belva nazista e ora, a 72 anni, devo ancora combattere contro la paura di morire».
Vivere a un passo dalla Striscia di Gaza vuol dire vivere con il suono della sirena fissa nella mente. Con un bunker dentro casa. La paura di camminare per strada. «È sempre un corri corri. Esci per andare a fare la spesa, suona la sirena e ti butti a terra pregando Dio di poterti rialzare. Non sai mai dove possa cascare, è un incubo». Ad Ashkelon la gente non passeggia, i bambini non vanno a scuola, si varca la porta per lavorare solo se necessario. «Meglio non uscire», consiglia Romolo. «Giusto se si deve fare la spesa, e in caso è meglio fare scorte per almeno una settimana. Ogni ora, circa, arriva un razzo Qassam. Hai venti secondi per ripararti. E se si è in strada è bene mettersi dietro un palazzo o gettarsi a terra. Se si è in macchina bisogna uscire immediatamente. L'ultimo Qassam è esploso a cinquanta metri da me, ha ucciso una persona e altre quindici sono rimaste ferite».
Sono otto anni che Hamas lancia i suoi missili sugli israeliani. «Nell'ultima settimana però è stato un crescendo. Ne piovono nove, dieci, undici al giorno. La notte non si dorme, la sirena suona alle 23 o alle 2, in ogni momento. Noi non ce la facciamo più. Accendiamo la televisione e sentiamo che il mondo chiede a Israele di parlare con Hamas. Ma come fai a parlare con loro se non accettano l'esistenza del tuo Stato? Hamas non ha niente a che fare con la democrazia. Il mondo lo sa, ma fa finta di niente. Hamas è terrorismo e il terrorismo bisogna combatterlo». Romolo si sfoga. «Nessuno però dice la verità. Che anche Israele ha i suoi bambini che in una città come la mia vivono nel terrore, subiscono forti traumi. E che, per esempio, il nostro Stato l'altro giorno ha prelevato i bambini palestinesi feriti a Gaza e li ha portati nei nostri ospedali, qui ad Ashkelon dove arrivano i loro Qassam. Nessuno racconta questo. Io ho subìto la guerra nel 1943, ho visto mio padre deportato e dopo le sirene in Italia sono costretto a sentire le sirene, qui, tutti i giorni».
Romolo Efrati sa bene quanto sia pericoloso oggi dormire ad Ashkelon. Ma di andare via, non se ne parla. «Questa è la mia casa, la mia terra. Questa è Israele». La sua voce è una miscela di amore, voglia di giustizia e apprensione. «Abbiamo sempre l'orecchio attento. Siamo abituati, purtroppo». «Ecco! Ecco! Riesce a sentire attraverso l'apparecchio? Sta suonando, proprio mentre parliamo. Sto chiamando mia moglie, scendiamo giù nel bunker al sicuro. Sente? Tesoro forza! Lei mi sente? Riesce a sentire la sirena? Riesce a sentirla?».

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02/01/2009










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