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Le sfide: terrorismo e non solo. Kyoto e i diritti umani

Barack Obama ha già ricevuto dai servizi segreti il primo "intelligence briefing", un rapporto sulle principali minacce alla sicurezza e sulle sfide che attendono il nuovo inquilino della Casa Bianca. E' evidente che, alla prova dei fatti, ci sarà una discrepanza - più o meno lieve - tra i proclami ed i fatti, tra le intenzioni della campagna elettorale e le decisioni che Obama prenderà in qualità di Comandante in Capo delle Forze Armate.


I fronti caldi non mancano e di certo non è prevista, a breve, un'attenuazione dei motivi di crisi e di tensione nel mondo. Nell'agenda del nuovo Presidente c'è prima di tutto la guerra al terrore, che ha nell'Iraq e in Afghanistan i suoi punti più caldi. Nel primo caso, Obama ha già dichiarato che procederà ad un graduale ritiro delle truppe, in modo da favorire il passaggio di poteri all'esercito iracheno. Con ogni probabilità, i principali consiglieri avranno già puntualizzato che una fuga dall'Iraq sarebbe controproducente per gli interessi dell'America, poiché metterebbe in pericolo la lenta e fragile ricostruzione ora in atto. Si dovrà anche arrivare ad un accordo di collaborazione militare tra Washington e Baghdad. Una parte dei soldati verrà spostata in Afghanistan, dove le condizioni di sicurezza sono pessime e i Talebani stanno rapidamente salendo verso Kabul. Obama dovrà dimostrare che esiste una via dell'efficacia tra soft power, la diplomazia e il negoziato, e l'hard power, ovvero l'utilizzo delle armi. Al confine tra Pakistan e Afghanistan sono localizzati i campi di addestramento di al-Qaeda, quelli che l'intelligence chiama «i santuari del terrore». Al contempo, sarà impossibile arrivare alla vittoria senza abbinare al controllo del territorio il consenso di tutte le tribù afgane, nonché una collaborazione stretta e non ambigua del Pakistan.
Altro dossier primario è quello iraniano. Le dichiarazioni di Obama in campagna elettorale sono state fraintese, o forse frettolose. Egli ha auspicato di poter "agganciare" Teheran con il negoziato, senza tenere nel giusto conto due elementi: il primo è che un Iran nucleare è una minaccia per l'intero Medio Oriente e, quindi, per gli interessi vitali degli USA; il seconda è che tra pochi mesi l'Iran andrà alle urne. E sarà un referendum a favore o contro Ahmadinejad.
Obama non ha parlato molto del conflitto israelo - palestinese. Sarà difficile per lui replicare anche solo le speranze dell'era clintoniana. Troppo tempo è passato da allora e troppe sono state le delusioni di una pace sempre troppo vicina ma mai realmente raggiunta.
Nella ridefinizione della mappa del potere globale, l'ascesa delle nuove potenze troverà presto l'attenzione dell'agenda presidenziale. A poche ore dai risultati ufficiali, il Presidente russo Medvedev ha già fatto sapere che Mosca installerà missili a medio raggio a Kaliningrad, per rispondere alla minaccia dello scudo spaziale americano. E' probabile che Obama seguirà lo schema già adottato da Reagan ai tempi del confronto con l'URSS, rilanciando il modello di sicurezza di Helsinki, fondato sul mutuo smantellamento delle testate atomiche.
Sui grandi temi del «governo della globalizzazione», infine, si misurerà la politica del nuovo Presidente: sui diritti umani, con la chiusura definitiva di Guantanamo, cui però fa da contraltare la mancata ratifica del Trattato sul Tribunale Penale Internazionale; sui cambiamenti climatici, laddove l'America è attesa ad una verifica del Protocollo di Kyoto-2; sull'energia, con un accento forte sulla «green revolution» e la riduzione della dipendenza dell'America dal petrolio.

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08/11/2008










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