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Massimo Coco aveva sedici anni quando gli uccisero il padre, caduto sotto i colpi delle Brigate Rosse un afoso martedì di giugno del '76. Il suo «regalo» di compleanno fu una cerimonia funebre, che si concluse con la sepoltura dell'uomo che lo aveva generato.
A più di un trentennio da quel giorno terribile, Massimo, che fa il violinista e insegna al conservatorio di Genova, pensa di non aver ancora avuto giustizia. Lo ha detto senza peli sulla lingua e un magistrato l'ha querelato. Ora rischia di essere condannato per diffamazione. È uno dei tanti paradossi che costellano la storia del terrorismo in Italia. Un Paese in cui le vittime dopo la tragedia sono state spesso «risarcite» con l'abbandono da parte dello Stato e l'indifferenza da parte dei media.
Un altro paradosso è d'attualità in questi giorni e riguarda l'ex bierre Marina Petrella. Proprio mercoledì, il figlio del procuratore capo di Genova Francesco Coco è stato invitato all'Eliseo con Sabina Rossa, figlia del sindacalista Guido, e Alberto Torregiani, massacrato dai proiettili (e da allora su una sedia a rotelle) dai «Proletari armati per il comunismo», che nel '79 freddarono il padre Pierluigi su ordine di Cesare Battisti. Con loro c'erano il responsanbile dell'Associazione vittime del terrorismo Dante Notaristefano e quello delle relazioni estere dell'Aiviter Luca Guglielmetti. Il presidente francese è stato molto chiaro. Non accadrà più. «Quello Petrella è un caso isolato dettato da motivi umanitari. E tale resterà. La Francia ha abbandonato definitivamente la dottrina Mitterand e non ha intenzione di tornare sui suoi passi», ha detto il volitivo Nicolas.
Ma perché, professor Coco, Sarkozy non ha incontrato i familiari delle vittime della terrorista?
«L'incontro era in programma prima del nostro. Ma non c'è stata disponibilità, per motivi familiari o di lavoro, da parte delle persone invitate. Questo, almeno è quello che so».
Nessun timore e nessuna riserva, dunque, da parte del presidente?
«No, assolutamente. Lui voleva vedere queste persone. Lo aveva chiesto. Avevano la priorità. Ma l'incontro è risultato irrealizzabile ed è emersa quest'altra possibilità».
Quando l'hanno avvertita?
«La conferma l'ho avuta a mezzogiorno di martedì».
Come si è svolto il viaggio?
«Sono arrivato a Parigi alle nove del mattino e un autista della presidenza mi ha portato in giro per la città fino all'una. All'Eliseo ci ha accolti un incaricato del presidente che di solito riceve capi di Stato, re e ambasciatori e abbiamo pranzato nell'edificio stesso, in quello che chiamano "hotel Marini", dove ci è stato servito un sofisticato pasto a base di pesce».
Un'accoglienza principesca.
«Sì, uno dei numerosi segnali di attenzione per l'incontro da parte di Sarkozy e del suo entourage. L'incontro, poi, è avvenuto nella sala dove il presidente riceve le credenziali degli ambasciatori. Insomma, tutto è stato fatto per sottolineare il valore che si voleva dare all'iniziativa».
E poi?
«Alle 17 è cominciata la cerimonia. Il presidente ha parlato per primo. È stato diretto, cordiale e ha esposto le ragioni della sua scelta, che ha definito sofferta e dolorosa e di cui comprendeva appieno i risvolti polemici».
Parliamo del «no» all'estradizione della Petrella...
«Esatto. Sarkozy ha spiegato che ha riflettuto tre mesi prima di decidere e che si assumeva la totale responsabilità della sua decisione, presa in assoluta autonomia. E, infine, che era stato sempre lui a chiedere alla moglie Carla Bruni di occuparsi della vicenda. E io l'ho ringraziato per il coraggio nell'adottare una scelta così difficile».
L'ha ringraziato?
«Sì. Non condivido la sua decisione nel merito. Ma, per come siamo "abituati" in Italia, sentire il presidente della Repubblica francese e presidente di turno Ue che parla in quel modo e si assume la responsabilità dei suoi atti, fa effetto. È stata la sua schiettezza a meritare i miei ringraziamenti».
Capisco. Sarkò ha detto altro sul caso Petrella?
«Ha raccontato di essersi sentito un po' con le spalle al muro. Di essere stato lasciato solo dagli italiani. Il nostro governo, ha detto, all'inizio sembrava collaborativo, ma poi ha cambiato atteggiamento. Il presidente Napolitano, al quale aveva chiesto un consiglio, gli ha risposto che ci avrebbe riflettuto. Però in tre mesi non ha dato sue notizie. E la richiesta di mandare in Francia un'equipe di medici italiani per verificare le condizioni di salute della brigatista ricoverata in ospedale non è mai stata soddisfatta».
E sul futuro degli altri terroristi riparati nel Paese d'Oltralpe?
«Il presidente dell'Aiviter gli ha posto la questione. "Possiamo sperare che sia finita questa gratuita impunità riservata alle canaglie di casa nostra?", gli è stato domandato. Lui è stato esplicito anche in quest'occasione. Ha detto che si è trattato di un caso unico e isolato, che non accadrà più. E che ci avrebbe dato anche un'assicurazione scritta, perché, come ha sottolineato in latino, verba volant, scripta manent... Torregiani, inoltre, gli ha chiesto se era favorevole all'estradizione di Battisti dal Brasile e lui ha replicato: "Sì, assolutamente"».
Una bella esperienza, insomma, anche alla luce del trattamento che vi è stato abitualmente riservato in Italia?
«Infatti. Noi abbiamo ricevuto la medaglia d'oro al valor civile per mio padre in un pacchetto postale, anche aperto, che mi è stato consegnato da un maresciallo dei carabinieri nel '77. Non c'era neppure un bigliettino d'accompagnamento...».
Dov'era quando i brigatisti assassinavano suo padre?
«Al mare con alcuni amici, appena fuori Genova. Vennero i genitori di un mio compagno di classe e ci chiamarono dicendo che dovevamo subito tornare a casa. Per arrivarci dovevo passare per quella stradina, la Salita Santa Brigida. Quando vidi il sangue per terra, il capannello di persone e gli agenti, capii che era successo qualcosa a papà. Ma non sapevo quanto fosse grave. A casa l'ho saputo».
Ha seguito la vicenda processuale relativa all'omicidio?
«Se mi chiede chi ha sparato a mio padre, le rispondo che non lo so. So che alcuni testimoni telefonarono a mia madre in lacrime spiegando di esser stati costretti a ritrattare le loro dichiarazioni perché erano stati minacciati e avevano paura. E so che, quando mi sono detto insoddisfatto per l'esito del processo, un ex giudice istruttore mi ha querelato per diffamazione».
E se la condannano?
«Mi dichiarerò colpevole e chiederò la grazia al presidente della Repubblica».
Incontrerebbe l'assassino di suo padre?
«No. E non parteciperei a trasmissioni con ex terroristi. Li vedo in tv mentre escono dal Parlamento, so che lavorano in case editrici, che fanno gli editorialisti per i giornali...».
E che sentimenti prova nei loro confronti?
«Amarezza. Ma anche pena. Non però quella che nasce dalla misericordia. No. Provo quella pena che si sviluppa in noi nello scoprire a che livello di bassezza può arrivare la miseria umana».
Maurizio Gallo
24/10/2008