Il processo a Mannino è stato il più "caselliano" dei processi per mafia, quello che più ha risentito dei teoremi, del climax e del metodo della procura diretta da Gian Carlo Caselli, più dello stesso processo a Andreotti. Ma ha avuto un protagonista eccezionale che ha oscurato la fama dei suoi colleghi più autorevoli e più famosi, dei Lo Forte, dei Natoli, degli Scarpinato, dello stesso Caselli. I processi a Mannino sono durati più di 14 anni, il solo processo di primo grado è stato il più lungo processo per mafia celebrato a Palermo, è durato più di 5 anni e mezzo, 300 udienze, 400 testimoni, 25 "pentiti",oltre 50mila pagine di atti processuali: fino all'assoluzione con formula piena "per non aver commesso il fatto". E tre anni dopo il primo processo d'appello, la condanna a 5 anni e 4 mesi, l'annullamento della Cassazione, il secondo processo d'appello, la sospensione per attendere il pronunciamento della Corte Costituzionale (che ha bocciata la legge che prevedeva che bastesse l'assoluzione in primo grado per chiudere la partita), e il secondo processo d'appello, fino a ieri sera. Ebbene, per i due anni dell'inchiesta iniziale, per i cinque anni e mezzo del processo di primo grado, per i due anni del primo processo d'appello, per i due anni di attesa per l'annullamento della Cassazione, per la sospensione, per tutto il tempo del secondo processo d'appello, l'accusa contro Mannino è stata sostenuta sempre dallo stesso magistrato, il pm Vittorio Teresi, che ha fatto in tempo a fare le indagini preliminari, il processo di primo grado, il primo processo d'appello dopo tre anni, e si è trovato persino pronto, dopo altri tre anni, a sostenere l'accusa nel secondo processo d'appello, dopo l'annullamento e la sospensione. Il processo a Mannino ha avuto un unico inquisitore, che è diventato anche requirente in primo e in secondo grado, e persino nel secondo secondo grado: Vittorio Teresi ha praticamente dedicato la vita, la parte più importante della sua vita, a inquisire e ad accusare Mannino. Più dello Stato, più della procura di Palermo, è stato Teresi a processare Mannino. E che cosa ha detto e ripetuto Teresi contro Mannino per 14 anni l'aveva già detto il Procuratore generale della Cassazione Vincenzo Siniscalchi nella requisitoria con cui ha chiesto e ottenuto l'annullamento della sentenza di condanna di Mannino, che aveva fatto proprie e trascritte testualmente le accuse pronunciate da Teresi: "Nella sentenza di condanna di Mannino non c'è nulla, mi sono trovato di fronte al nulla. La sentenza torna ossessivamente sugli stessi concetti, ma non c'è nulla che si lasci apprezzare in termini rigorosi e tecnici. Nulla che indichi un patto elettorale con la mafia, favori in cambio di voti, un patto così serio, preciso e concreto che la sua sola esistenza, con l'impegno e la coscienza da parte del politico, possa valere a sostanziare l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Questa sentenza costituisce un esempio negativo da mostrare agli uditori giudiziari, di come una sentenza non dovrebbe mai essere scritta…".
Ma Vittorio Teresi non è né un folle, né un caso isolato. Quando il Procuratore generale Siniscalchi ha bollato con parole di fuoco il sistema accusatorio di Teresi e i giudici della Corte d'Appello che le avevano fatte proprie (tutti delle correnti estreme della magistratura, un vero e proprio plotone d'esecuzione predisposto per cancellare l'assolizione di Mannino), è insorta tutta la giunta esecutiva dell'Associazione magistrati di Palermo, e prima ancora che la Cassazione si pronunciasse sulle richieste di Siniscalchi: "Le espresioni pronunciate dal Procuratore generale - è scritto nel comunicato della giunta - hanno gettata una ingiusta e infondata ombra sulla professionalità dei colleghi che hanno emesso la sentenza di condanna di Mannino in netto contrasto con i doveri sanciti dal codice etico adottato dall'Associazione nazionale dei magistrati, e in particolare con il dovere sancito dall'articolo 13 comma III, che prescrive che il pubblico ministero debba astenersi da critiche e apprezzamenti sulla professionalità dei giudici". E i magistrati di Palermo attraverso la loro giunta esecutiva chiedevano "l'intervento dell'Associazione nazionale e del Consiglio superiore della magistratura per quanto eventualmente di loro competenza: l'Anm e il Csm dovevano processare e punire il procuratore generale della Cassazione che si era permesso di criticare il pm e i giudici che avevano condannato Mannino (e di conseguenza la Cassazione che, con le stesse motivazioni del Pg annullerà la sentenza di condanna a Mannino).
Forse nessun altro processo come quello a Mannino serve a raccontare e a spiegare che cosa è successo a Palermo (Italia) negli ultimi quindici anni e che cosa sono stati i processi di mafia ai politici. Il caso Teresi è solo più evidente, più scoperto e più sfacciato: il pm è sempre lo stesso, i pm dei processi politici sono sempre gli stessi, sempre gli stessi sono i "pentiti", stessa è la tecnica con cui si predispongono certe Corti d'Appello, veri e propri plotoni d'esecuzione, che devono annullare in fretta le asoluzioni conquistate in primo grado (straordinaria la somiglianza con la storia dei processi a Mannino il metodo con cui fu costituita la Corte d'Appello che annullò l'assoluzione in primo grado di Corrado Carnevale, e quella con cui la Corte d'Appello sporcò con la storia della prescrizione l'assoluzione in primo grado di Andreotti), gli stessi sono i teoremi di certe sentenze che, come disse Siniscalchi, sono un esempio negativo da mostrare agli uditori giudiziari, sentenze che non avrebbero mai dovuto essere scritte.
Lino Jannuzzi
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23/10/2008