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Il «sistema Italia» aiuta a limitare i danni e accrescere il consenso

L'ennesimo attentato contro il contingente italiano dispiegato nella zona occidentale dell'Afghanistan parrebbe ulteriormente elevare il livello del rischio dei nostri militari impegnati nella missione di pace. In realtà le cose non vanno poi così male, almeno per gli italiani.

Il quadro generale afghano è decisamente sconfortante, buona parte delle aree orientali del paese, compresa la rotabile Kabul-Kandahar sono sostanzialmente nelle mani della guerriglia talebana. In molti contesti le truppe della coalizione internazionale hanno perso l'iniziativa e sono costrette a limitarsi a grosse operazioni militari, che però hanno un limitato impatto sulla realtà locale o in altri casi ad arroccarsi in fortini limitandosi a pattugliare di giorno, lasciando alla guerriglia insurrezionale il dominio delle ore notturne. Nell'area di operazioni italiana invece, come per altro già in Iraq, sta funzionando il cosiddetto «Sistema Paese». Gli ottimi rapporti della nostra ambasciata a Kabul e la conseguente altrettanto favorevole conduzione del Team di Ricostruzione Provinciale ad Herat ha permesso alla nostra diplomazia di essere non solo efficace ma anche estremamente incisiva in un contesto certamente non facile. Le Forze Armate da parte loro hanno attuato una policy di coinvolgimento delle realtà militari locali e dall'altra parte di fortissimo contrasto alle infiltrazioni talebane. Ai commandos della Task Force 45 si deve indiscutibilmente il merito di avere da tempo limitato l'afflusso delle bande di guerriglieri sunniti provenienti da sud verso Farah ed Herat. Alla diplomazia palese e a quella «parallela» dell'AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna), va invece riconosciuta la creazione di una rete di consensi che in questo momento non ha paragoni nel resto della tormentata nazione. Non stiamo naturalmente parlando di un'isola felice ma, come già sottolineato in più occasioni, occorrerebbe da parte dei nostri alleati guardare con maggiore attenzione al modello italiano. Modello che, pur operando in un contesto sostanzialmente sciita, mentre ricordiamo che il resto del Paese è sunnita, sta dando comunque buoni risultati. La strada del dialogo pare essere l'unica percorribile in questo momento visto che in un conflitto contro realtà non statuali l'unica tipologia di vittoria ottenibile è di tipo politico e non militare. Occorre riannodare i fili del dialogo prima di tutto all'interno del mondo Pasthun, che rappresenta la maggioranza degli afghani e che avverte il governo della capitale come ostile e non garantista della loro realtà. E' nel dialogo tra i Pasthun Durrani di Hamid Karzai e in quelli Ghirzai del mullah Omar, come per altro in più occasioni sottolineato dallo stesso presidente afghano, che si potrà trovare una piattaforma di pace per il martoriato Paese asiatico.
* Presidente Ce.S.I.
Centro Studi Internazionali

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19/10/2008










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