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Finalmente in Europa si sono accorti che, quando vuole, ...

Finalmente in Europa si sono accorti che, quando vuole, l'Italia sa farsi valere. Il Presidente Berlusconi ha presieduto una riunione di otto paesi, Polonia, Ungheria, Latria, Litania, Romania, Bulgaria e Slovacchia, che hanno chiaramente indicato la loro volontà di porre il veto al pacchetto europeo clima-energia per il 2020 se non verranno rivisti i termini essenziali.


In un momento in cui il mondo intero si sta avvitando in una recessione della quale si vede solo l'inizio l'Italia ha fatto valere il proprio diritto a salvaguardare gli interessi nazionali.
La novità è che abbiamo tirato fuori le unghie e siamo stati chiari: cosa inattesa per un paese che non ha mai contato molto in Europa, rimanendo congelato in ruoli marginali rispetto ai paesi più forti.
Diciotto mesi fa il governo in carica aveva accettato gli obiettivi irrealistici del pacchetto in nome di una visione utopistica di riduzione dei gas serra e con la colpevole negligenza di non aver valutato i costi che questa scelta comportava.
Ha fatto scandalo questa nuova assunzione di responsabilità dell'Italia, non soltanto a salvaguardia dei nostri interessi ma anche attenta a quelli dei paesi economicamente meno fortunati tra i 27, normalmente considerati solo gregari pronti al si, eventuale terreno di caccia per le economie più forti.
Da qui l'uscita «allibita» del Commissario all'Ambiente che afferma «l'Italia è uno dei paesi che probabilmente farà l'affare migliore» nell'applicazione del pacchetto clima-energia europeo e che avrà «enormi opportunità: l'occupazione salirà dello 0,3%» avremo «maggiore sicurezza energetica, più energia rinnovabile, un futuro con meno emissioni e, soprattutto, molti incentivi all'innovazione».
Come è possibile che di fronte a tanta grazia l'Italia si lamenti invece di saltare in una standing ovation paventando addirittura un possibile veto?
I motivi sono semplici e li conoscono a Bruxelles: gli obiettivi di riduzione che ci sono stati attribuiti sono ingiusti, troppo onerosi e non tengono conto di molti fattori oggettivi: siamo tra i più virtuosi emettitori di CO2 ben dietro le altre maggiori economie; siamo tra i paesi con migliore efficienza nella produzione di energia elettrica da fonti fossili (45% rispetto al 39% della media OCSE, al 33% per i paesi non OCSE e al 36% della media mondiale); siamo il paese che consuma meno energia per la produzione di un singolo bene. Lo sforzo che ci è richiesto è molto più rilevante di quello dovuto da competitori in condizioni peggiori.
L'extra costo sarebbe in media 18,2 Miliardi di euro annui pari al 19,7% dell'extra costo totale europeo mentre il nostro Pil rappresenta soltanto il 12,7% del totale. Francia, Germania e Regno Unito inquinano di più e partono da situazioni più favorevoli: avrebbero extracosti minori 14,9%, 13,2% e 12,5% mentre i loro PIL pesano sul bilancio europeo per 15,4%, 20% e 16,5%.
Abbiamo ragione di lamentarci? Sì e molta: i numeri parlano chiaro. I nostri partners rifiutano di accettare il semplice principio che chi più inquina deve pagare di più. La situazione è talmente paradossale che alcuni leaders hanno addirittura affermato che l'Italia usa «opportunisticamente» la crisi finanziaria come scusa per non accettare il pacchetto clima-energia.
Disonestà intellettuale o reale cecità di fronte alla realtà? Viene di pensare al Titanic: questi continuano a suonare mentre la nave affonda: forse qualcuno se ne è accorto ma deve pagare dei prezzi che non può rifiutare. E il precedente nostro governo, forse per miopia, li ha aiutati, purtroppo.

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18/10/2008










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