Apparire in scena accompagnato da quella straordinaria canzone degli U2 che è «The city of blinding lights», trovarsi davanti uno stadio pieno in delirio, avere le movenze più della rockstar che del politicante, azzeccare un discorso a tratti durissimo «senza mai perdere la tenerezza»: chi avrebbe saputo fare meglio? Insomma, l'altro ieri notte nello stadio dei Denver Broncos non è solo nato un possibile presidente degli Stati Uniti, ma è stata immortalata la prima vera icona politica del terzo millennio: il figlio di un keniota (che s'è subito dimenticato di essere padre) e di una ragazza del Kansas morta troppo presto di cancro. Un messaggio di speranza per tutti, inciso prima di tutto nella biografia del nuovo capo dei democratici americani.
Questa icona nasce rendendo imbarazzanti le immaginette dei democrats italiani: i leader del Pd italiano che si sono precipitati a Denver speranzosi di rimediare almeno una foto con dedica (speranza delusa, >niente photo opportunity) sono tutti over fifty e sono lo specchio di un'incapacità di rinnovamento. Voglio bene a Veltroni, Rutelli e Fassino, sono i leader del partito per cui ho votato qualche mese fa, ma ieri davanti al discorso di Obama devono essersi sentiti orribilmente vecchi. Perché non è stato tutto e solo iconografia, tutto e solo musica, tutto e solo fuochi d'artificio e stelle filanti. Di mezzo c'è stato un discorso che, ascoltato con animo attento come dovrebbero fare tutti i democratici italiani, segnala un orizzonte che dovrà essere perseguito inevitabilmente dal mondo progressista europeo.
La parola chiave del discorso di Obama è stata: cambiamento («change»). La sinistra italiana ed europea fa una fatica boia ad accettarne il significato: cincischia attorno ai Veltroni e ai D'Alema, ai Gordon Brown e alle Ségolène Royal, la Spd tedesca è addirittura tentata d'andare a recuperare il rapporto con il partito dell'estrema sinistra. Gioca a riproporre eternamente modelli e personaggi sconfitti, si attarda in dibattiti incredibili sul valore della parola «socialismo» e sulla disposizione da far assumere agli eletti nel prossimo Parlamento europeo. Obama l'altro ieri ha giocato la carta della concretezza: sanità, istruzione, famiglia, casa, diritti, pace, difesa e, soprattutto, ambiente ed energia rompendo anche il tabù del nucleare. Ha indicato la nuova frontiera di un'America libera dal >fabbisogno del petrolio mediorientale entro dieci anni: un impegno coraggioso ai limiti dell'incredibile, seguendo le cronache dai mercati di questi mesi. In pochi minuti ha saltato di netto annate interne di dibattito sulla «new left» europea, sulla dicotomia tra riformisti e massimalisti, unendo pragmatismo e radicalità in un unico originale impasto. E il discorso di Denver è diventato un discorso storico, in quarantacinque minuti.
Certo, ci sono stati gli attacchi a McCain, durissimi, tanto da trasformare (almeno nei toni) Obama in una sorta di dipietrista in salsa stars and stripes. Ma non è questo quel che resterà negli occhi e nelle orecchie di questa serata di Denver. Quello che ricorderemo è il cambiamento farsi persona e farsi leader, come in Europa e in Italia la sinistra non riesce più a fare né a essere. Quello che ricorderemo è anche il nascere di un popolo «new democrat» composto da moltissimi giovani, da una maggioranza femminile (57% dell'elettorato di Obama), dove i bianchi sono una minoranza e prevale il miscuglio delle radici, il melting pot senza paura del diverso che è il vero brodo di coltura dell'obamismo. È anche un popolo destinato a vincere?
Nella notte di Denver ci sarebbe da scommettere sul sì, ma forse qui si scrive sull'onda di un'emotività. Quel che è certo è che i nostri Qui, Quo e Qua (come con felice intuizione Giuliano Ferrara ha definito Veltroni, Rutelli e Fassino in visita alla convention democratica) tornano in Italia avendo chiara l'idea che loro non sono Obama e non potranno mai esserlo: questo outsider figlio di nessuno, che partiva alle primarie sfavorito contro la macchina da guerra del clan dei Clinton, ha stravinto una corsa che in Italia nessun outsider avrebbe mai vinto perché il paese non concede strada a chi parte dietro e a sinistra questi canali stretti lo sono ancora di più. Spero che, avendo capito che sono lontani anni luce dal poter toccare anche solo minimamente la dimensione emotiva attinta da Obama, capiscano che è l'ora di avviare i meccanismi del ricambio.
Change. È la parola che risuona da Denver. E per i democratici italiani, rimbomba.
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30/08/2008