Dallo scorso marzo infatti nei penitenziari italiani sono stati trasferiti ben 5000 camici bianchi, che si occupavano di curare i detenuti. Nessuno meglio di loro conosceva le loro vere patologie ed erano quindi loro che prescrivevano cure mediche o, nei casi più gravi, trasferimenti in strutture ospedaliere. Adesso, secondo quanto sottolineato dall'Ugl, non sarebbe più possibile controllare i certificati medici che vengono scritti da sanitari esterni per i detenuti, come quelli che lavorano all'interno delle Asl.
«Si tratta di un disegno voluto dal passato governo che con la sua frenesia di riformare ha trascurato aspetti fondamentali della questione e che ora - ha spiegato il segretario nazionale dell'Ugl Ministeri, Paola Saraceni - con il caso scoperto al Policlinico Gemelli di Roma fa emergere anche il rischio di emulazione di simili escamotage, che non solo gettano un'ombra pesante sul ruolo delle Asl, ma rischiano di danneggiare la maggior parte dei detenuti che hanno veri problemi sanitari».
Nei penitenziari sono rimasti soltanto presidi medici in grado di affrontare solo alcune emergenze, ma non avrebbero più la possibilità di gestire determinate patologie dei detenuti. Proprio queste, che prima venivano tenute sotto controllo dai 5000 medici dei penitenziari, adesso invece sono «monitorate» da sanitari che non hanno quotidianamente contatto con i detenuti. Così il rischio che in futuro vengano prescritti certificati medici falsificati, secondo l'Ugl, non può che aumentare.
Intanto l'Unione Generale del Lavoro ha inviato un telegramma al ministro della Giustizia, nel quale chiede di tornare indietro e di aprire un tavolo di confronto per riorganizzare la medicina penitenziaria.
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09/07/2008