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Il ritorno alla produzione da fonte nucleare non deve essere ...

Il ritorno alla produzione da fonte nucleare non deve essere vissuto come una rivincita rispetto alla scelta del 1987. A distanza di oltre vent'anni il mondo è profondamente cambiato, sono mutate le priorità politiche e la natura stessa delle sfide che siamo chiamati ad affrontare.


Permangono invece alcune criticità: l'Italia era e resta Paese povero di risorse energetiche, e dunque destinato a dipendere sempre di più dall'estero per il suo approvvigionamento primario.
L'Italia era ed è Paese caratterizzato da costi e prezzi dell'energia superiori a quelli medi europei, e dunque afflitto da uno svantaggio competitivo.
Inoltre, la scelta vera che dobbiamo compiere, non è fra nucleare sì e nucleare no: il nucleare, infatti, è già parte rilevante del mix energetico italiano, copre circa il 15% del nostro fabbisogno elettrico, attraverso le importazioni dalla Francia, dalla Svizzera e dalla Slovenia. La questione è se il nucleare possa essere prodotto nel nostro Paese o se debba inevitabilmente essere importato: ciò dipenderà dalla convenienza economica, dalla scelta di politica energetica e ambientale che l'Italia vorrà fare, dal peso che il nostro Paese intende attribuire alla questione della sicurezza degli approvvigionamenti e della dipendenza dai Paesi produttori di petrolio e gas.
Infine, il terzo equivoco da evitare riguarda il rapporto fra un nuovo ricorso al nucleare e l'impegno nelle fonti rinnovabili e nel risparmio energetico. Nucleare infatti non significa meno rinnovabili e meno risparmio, perché anche i sostenitori più entusiasti del ricorso al nucleare sanno che tale scelta non è la soluzione del problema ma parte essenziale di essa.
Sgombrato il campo da questi equivoci, occorre che l'Italia valuti attentamente le ragioni che spingono una grande parte dei Paesi più sviluppati e la totalità dei Paesi emergenti a rilanciare l'opzione nucleare.
Negli anni '50 e '60, e fino agli anni '80, la sicurezza nazionale fu la ragione largamente prevalente che spinse a dotarsi di impianti nucleari.
Oggi, tale ragione sembra aver perso peso rispetto alle ragioni di natura ambientale ed economiche, anche se non bisogna peccare di eccessivo ottimismo.
L'interdipendenza fra Paesi produttori e Paesi consumatori e la tendenza a consolidare i rapporti di collaborazione fra di essi, non induce a prefigurare scenari di forte criticità, ma non vi è dubbio che l'andamento dei mercati delle materie prime negli ultimi anni stia accentuando un certo vantaggio a favore dei Paesi produttori che stanno accumulando enormi risorse finanziarie in grado di sostenere una maggiore flessibilità della loro offerta.
Le ragioni economiche e quelle ambientali hanno, però, rispetto al passato un peso nettamente superiore.
Dal punto di vista economico, l'opzione nucleare è oggetto di valutazioni molto diverse.
Nell'attuale scenario di prezzi del petrolio, essa è largamente competitiva. Agli attuali valori, si stima che il costo del KWh da un nuovo impianto nucleare sia dal 20 al 50% più basso di uno da gas ed in linea con il costo del KWh da carbone.
Se i prezzi tornassero a livelli di cinque anni fa, la competitività dell'opzione nucleare potrebbe essere messa in discussione.
Credo però che sarebbe errato valutare il profilo economico del ricorso all'opzione nucleare in termini di competitività assoluta invece che considerarla in termini di contributo alla stabilizzazione dei prezzi dell'energia e di mitigazione dell'andamento dei prezzi dei combustibili fossili. Occorre anche tenere in considerazione l'onere economico per le emissioni di gas serra che graverà sempre più sulle fonti fossili, e da cui il nucleare è virtualmente esente.
Nel passato, inoltre, la definizione degli scenari energetici era prerogativa dello Stato, nella sua veste di protagonista della politica energetica e di monopolista nella fornitura del servizio.
Oggi questa dimensione è completamente tramontata: sebbene ai Governi restino competenze sostanziali, la politica energetica è almeno in parte migrata verso l'Unione Europea, mentre l'organizzazione dei mercati si è mossa verso una radicale riforma nel senso della liberalizzazione.
Amministratore

delegato della Sogin

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21/06/2008










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