Il voto del Parlamento pone fine a una crisi politica, la più grave dalla fine della guerra civile, aprendo la strada a quella che il nuovo Capo dello Stato ha definito «una nuova fase». Una via d'uscita frutto degli accordi tra maggioranza sunnita e opposizione sciita firmati quattro giorni fa a Doha: e non a caso a fianco di Suleiman vi era l'emiro del Qatar, Hamad Al Thani.
Nel suo discorso Suleiman ha fatto appello all'unità e all'orgoglio nazionali, parlando di «resistenza» senza citare esplicitamente le milizie filo-siriane e osservando come «l'emergere della resistenza» fosse «necessario perché lo Stato andava disintegrandosi»: non solo, ma «le Shebaa Farms sono ancora sotto occupazione israeliana, l'occupazione continua e possiamo ancora beneficiare dalla resistenza»; ma, ha avvertito l'ex generale, «non si può sprecare la forza della resistenza nelle lotte interne». Insomma, un riconoscimento dello status di Hezbollah come forza militare in chiave anti-israeliana, ma non come strumento di lotta politica interna; Suleiman ha infine lanciato un avvertimento anche a Siria ed Iran: «Non possiamo permettere che qualcuno utilizzi la santa causa palestinese (e quindi indirettamente Hezbollah, ndr) per i propri fini», pur sottolineando il desiderio di «relazioni fraterne» con Damasco, nel rispetto della «sovranità reciproca».
Resta da vedere se Hezbollah accetterà di trasformarsi in una formazione puramente politica. Suleiman, in quanto ex capo di stato maggiore dell'esercito, rappresenta una garanzia di neutralità. Suleiman ora dovrà nomirare un nuovo Primo ministro, un esponente della comunità sunnita, al posto di Siniora, che ha affermato di non voler riassumere l'incarico; l'unico altro nome che circola è però quello del leader della maggioranza, Saad Hariri, nemico giurato di Hezbollah. Al neopresidente sono arrivati gli auguri del presidente Usa, George W. Bush, che si è detto «fiducioso» visto che il Paese «ha scelto un leader impegnato nel proteggerne la sovranità
Vai alla homepage
John Voice
26/05/2008