Gli stessi media americani non hanno più
dubbi: il 3 novembre lo scontro sarà tra John McCain, 71
anni, senatore dell'Arizona ed eroe di guerra per i
repubblicani, e Barack Obama, 46 anni, senatore
dell'Illinois e primo afro-americano a tentare la scalata
alla Casa Bianca per i democratici.
In teoria, il
secondo dovrebbe essere ultrafavorito: con un presidente
Bush screditato e impopolare, un partito allo sbando
considerato da molti responsabile della crisi economica e
una guerra irrisolta sulla coscienza, i repubblicani
dovrebbero essere predestinati alla sconfitta. Invece, i
sondaggi danno i due contendenti quasi alla pari e, con il
passare del tempo, il dubbio seminato dalla Clinton nel
corso delle primarie, che Obama potrebbe essere incapace di
sfondare nei grandi stati industriali indispensabili per la
vittoria finale prende sempre più piede. È un dubbio
confermato perfino da colloqui che ho avuto con cittadini
della «liberal» New York, protagonisti della «Obamania», ma
dubbiosi che l'infatuazione popolare per lui possa reggere
fino in fondo.
Dapprima evitata da stampa e televisioni
in quanto politicamente scorretta, la questione razziale
sta irrompendo nella campagna: una parte non indifferente
dei democratici bianchi con reddito e istruzione
medio-bassa, delle donne e degli anziani che si sono
schierati con Hillary nelle primarie hanno infatti ammesso
con i sondaggisti che, piuttosto del nero Obama,
voterebbero McCain. Il senatore non può negare questa
emorragia, ma ribatte di essere in grado di compensarla con
i voti dei giovani, degli indipendenti, dei repubblicani
delusi e dei milioni di afro-americani che per amor suo
andranno alle urne per la prima volta. E, nella speranza di
rimarginare le profonde ferite che il suo interminabile
braccio di ferro con la Clinton ha aperto nel partito, ha
smesso di attaccarla.
Obama, grandissimo oratore, è
arrivato alle soglie dell'investitura sulle ali di una
abbastanza generica promessa di «rinnovamento» e senza mai
approfondire i problemi. Ora, tuttavia, la gente vuole
saperne di più, e - a parte la questione razziale - vengono
alla luce i suoi numerosi handicap: il legame intellettuale
con un pastore nero antisemita e antipatriottico, una
moglie che da giovane simpatizzava per le famigerate
«Pantere nere» e soprattutto una preoccupante ambiguità in
politica estera. Oltre ad avere promesso un ritiro
affrettato dall'Iraq, che potrebbe tradursi in un disastro
militare, Obama ha annunciato che intende aprire negoziati
diretti e senza condizioni con i nemici storici degli Stati
Uniti - Iran, Siria, Cuba, Corea del Nord. Per questo, i
repubblicani lo accusano di «appeasement».
McCain, cui
Obama rinfaccia di essere «un clone di Bush», ma che in
realtà sta smarcandosi abilmente dal presidente su molte
questioni, è già partito all'attacco su questo ronte, e
comincia a segnare punti a suo favore. Anche lui ha le sue
debolezze, che vanno dall'età avanzata alla precarietà di
fondi, dallo scarso sostegno da parte della «destra
religiosa» a un apparato elettorale poco efficiente, ma ha
dalla sua esperienza e una fama di uomo tutto d'un pezzo,
che alla fine potrebbero risultare decisivi.
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25/05/2008